Follower e visualizzazioni da capogiro: l’inganno delle “click farm”

Gianrenzo Orbassano 20/04/2024
Updated 2024/04/19 at 5:56 PM
4 Minuti per la lettura

Follower e visualizzazioni a quantità industriale. Ma quindi è possibile che dietro ai grandi numeri di alcuni profili ci siano le cosiddette “click farm“?

Click farm: cosa sono e come possono influenzare gli algoritmi dei social

Nel vasto panorama del marketing digitale, abbiamo scoperto che esiste un sottobosco oscuro. Le click farm operano nell’ombra, generando traffico web e interazioni su piattaforme social e siti web attraverso mezzi artificiali. Ma che cosa sono queste click farm?

Le click farm sono strutture fisiche o virtuali, spesso localizzate in paesi come l’India, il Bangladesh, le Filippine e la Cina, dove il costo del lavoro è relativamente basso e l’accesso a dispositivi tecnologici è ampio. Dai reels che abbiamo visto su Tik Tok di alcuni influencer, scopriamo che all’interno di queste strutture sono presenti migliaia di dispositivi, principalmente smartphone, che sono impiegati massicciamente soltanto per generare clic, visualizzazioni, Mi piace e altri tipi di interazioni online e sui social.

Come funzionano queste fabbriche dei like?

Praticamente gli smartphone vengono cablati tutti insieme e collegati a un’interfaccia informatica centrale. Quindi è possibile controllare un numero gigantesco di dispositivi grazie al lavoro di una sola persona. Quest’interfaccia controlla il comportamento dei dispositivi, consentendo loro di interagire con contenuti online secondo gli obiettivi prefissati. Ad esempio, possono essere programmati per visualizzare un annuncio pubblicitario, fare clic su un link o lasciare commenti su post sui social media. Tuttavia, le click farm non sono esclusive di questi paesi. Esistono operazioni simili anche in nazioni con economie più sviluppate, sebbene su scala più ridotta e con approcci più sofisticati per eludere la rilevazione.

Naturalmente queste “fabbriche” sono usate per scopi che spesso vanno ad attaccare il normale flusso di traffico dei dati sui siti web e sulle piattaforme social. Queste operazioni possono falsare le metriche di coinvolgimento online, ingannando i marketer e danneggiando la credibilità delle piattaforme digitali. Inoltre, possono distorcere l’algoritmo di raccomandazione, influenzando l’esposizione dei contenuti legittimi. Basti pensare alle passate elezioni americane, colpite da una ventata di fake news studiate a tavolino per danneggiare o avvantaggiare uno o l’altro candidato.

Il mercato nero degli streaming

Quello delle click farm non è però un fenomeno esploso in questi giorni. Numerose inchieste giornalistiche hanno approfondito nel tempo la questione click farm soprattutto da un punto di vista socio-economico e con l’intento di evidenziarne le implicazioni a più ampio spettro. A inizio decennio, per esempio, Business Insider scriveva che a farsi pagare per cliccare su banner pubblicitari e simili erano soprattutto utenti di paesi in via di sviluppo come India, Nepal, Sri Lanka, Indonesia, Filippine e Bangladesh: per chi abitava in queste zone, del resto, la paga per un click poteva rappresentare un buon modo per arrotondare il salario a fine mese, o addirittura essere l’unico introito.

Se queste click farm possono influenzare così decisivamente i processi di marketing, il discorso potrebbe valere anche per le piattaforme musicali. Il termine “streaming farms” deriva infatti dal concetto di click farms. Quest’ultimo indica generalmente degli edifici – di dimensione variabile – dove più dispositivi connessi compiono ripetutamente le medesime azioni. Il processo è analogo a quelli dei bot automatizzati, con la differenza che in questo caso le azioni sono ripetute utilizzando account reali, creati da persone fisiche.

Immaginate una stanza piena di smartphone, ognuno collegato ad un diverso account Spotify (basta una email per averne uno), che riproducono in loop lo stesso brano. Il fenomeno delle click farms è più diffuso di quanto non si pensi, e va ben oltre l’industria musicale.

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