«Fine vita: la politica è ancora ferma!»

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«No, non ho conosciuto personalmente Dj Fabo, l’ho conosciuto tramite le parole della mamma, della fidanzata e di Marco Cappato. Di lui porto con me l’amore che ha dimostrato per la vita anche nel momento in cui ha scelto di congedarsene».

A parlare è Filomena Gallo, Avvocato e Segretario dell’Associazione Luca Coscioni, impegnata da molti anni sul tema dei diritti civili, fra cui quello dell’assistenza nella fase finale della vita. Dj Fabo, alias Fabiano Antoniani, il 27 febbraio 2017 decise di mettere fine alla sua vita in una clinica svizzera. Tre anni prima, a seguito di un  grave incidente stradale, era rimasto tetraplegico, cieco permanente e non più autonomo nella respirazione e alimentazione, conservando però intatte le facoltà intellettive. Ad accompagnarlo in Svizzera, fu Marco Cappato, Presidente dell’Associazione Luca Coscioni, che al ritorno in Italia andò ad autodenunciarsi. Da lì la questione di costituzionalità sollevata dalla Corte d’Assise di Milano in relazione alla parte dell’articolo 580 del codice penale riguardante l’aiuto al suicidio e la doppia pronuncia di incostituzionalità, prima con ordinanza e poi con sentenza, della Consulta. Intanto il Parlamento continua a essere assente. In questa intervista con l’Avvocato Filomena Gallo ripercorriamo proprio queste tappe, allargando lo sguardo all’Europa, in attesa che il Parlamento, finalmente, batta un colpo.

Avvocato, la Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 207 /2018 è andata ben oltre la semplice pronuncia processuale, indicando anche gli aspetti e i profili essenziali delle norme che occorre introdurre nel nostro ordinamento per rimuovere dall’attuale legislazione gli effetti considerati dalla stessa Consulta non compatibili in materia di assistenza e aiuto al suicidio. Contestualmente ha indicato il Parlamento come sede opportuna per intervenire organicamente e regolare la materia, ma le Camere ancora non hanno prodotto nulla.  Qual è ora la situazione?

L’ordinanza 207 del 2018 ha rinviato di 11 mesi la discussione della questione di legittimità costituzionale: rilevando un vulnus in materia nel nostro ordinamento, è stata definita una decisione di incostituzionalità accertata ma non dichiarata. Il rinvio di discussione è avvenuto affinché il Parlamento legiferasse in materia di fine vita.  A questa ordinanza è poi seguita la  sentenza di incostituzionalità n.242 del 2019, con cui in cui i Giudici hanno dichiarato l’incostituzionalità parziale dell’art. 580 del codice penale per la parte dell’aiuto al suicidio a determinate condizioni del malato e di verifica delle condizioni da parte della struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale. I Giudici hanno poi ribadito “con vigore l’auspicio che la materia formi oggetto di sollecita e compiuta disciplina da parte del legislatore, conformemente ai principi precedentemente enunciati”. Se a seguito dell’ordinanza 207/2018 il legislatore non è riuscito a legiferare e aveva chiaramente voluto attendere la sentenza della Corte per poi emanare una legge, oggi, a distanza di 16 mesi dalla sentenza della Corte Costituzionale l’assenza di volontà politica nel legiferare in materia di fine vita risulta ancora più evidente.

L’associazione Luca Coscioni negli ultimi due anni ha più volte sollecitato il Legislatore, ma quasi nulla si è mosso. Quali ulteriori iniziative intendete adottare per sensibilizzare le Camere a fare in fretta? Lei pensa che questo Parlamento sia in grado di affrontare un  tema così importante? 

L’associazione Luca Coscioni nel 2013 ha redatto e depositato con altri, alla Camera dei Deputati, una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia con quasi 70 mila firme di cittadini. La raccolta online di firme è continuata e a oggi sono circa 140 mila. La proposta finora non è mai stata discussa. Dal 2015, poi, Marco Cappato, Mina Welby e Gustavo Fraticelli hanno annunciato che avrebbero commesso disobbedienza civile fino a quando non vi sarebbe stata una legge sull’eutanasia, aiutando i malati che in determinate condizioni chiedono di smettere di soffrire con un farmaco letale. Oggi la nostra azione continua: da un lato continuiamo ad andare nei tribunali per aiutare tutti quei malati che non ottengono l’esecuzione della Sentenza Costituzionale 242/19, affermando la loro volontà di autodeterminazione, e dall’altro promuoviamo momenti di approfondimento, informazione e discussione politica. Comunque, pandemia a parte, è arrivato il momento che vi sia una legge chiara nel nostro Paese. Questi temi non possono essere derubricati nell’agenda politica italiana mentre oltre 140 mila persone firmano una proposta di legge di iniziativa popolare affinché sia emanata una legge in materia .

Nella scorsa legislatura è stata approvata la legge n. 219 che regola il diritto della persona malata di rinunciare alle cure e ai trattamenti sanitari di sostegno vitale, ma nella sua ordinanza la Consulta ha chiesto di integrare tale disciplina, riconoscendo al medico anche la possibilità di mettere a disposizione dei pazienti trattamenti diretti a determinarne il decesso qualora ricorrano le seguenti quattro condizioni : l’irreversibilità della patologia, il fatto che la stessa sia fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza del paziente da trattamenti di sostegno vitale, la conservazione da parte di quest’ultimo della capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.  Il ragionamento della Corte Costituzionale è, quindi, strettamente legato  al riconoscimento dell’esistenza di visioni differenti della dignità del morire.  Un “balzo in avanti” incredibile,  che la politica fa ancora fatica a comprendere o non vuole comprendere. Perché? 

La sentenza della Corte afferma il diritto all’autodeterminazione di quei malati che decidono di non voler  accedere alle cure palliative con sedazione profonda, ma vogliono essere loro in prima persona nella piena capacità di autodeterminarsi a determinare quando e quale sarà il momento per porre fine alle proprie sofferenze causate da una patologia irreversibile. La politica italiana, ogni volta in cui c’è da riconoscere ed affermare la volontà di un individuo, per scelte che lo riguardano, sembra aver  paura di perdere il controllo sulle vite delle persone. Le persone però  vogliono solo esercitare diritti fondamentali e libertà di scelta. E’ stato così con la legge sulla fecondazione medicalmente assistita, sulle unioni civili,  e così è sulle scelte di fine vita. Ma democrazia è rispetto delle libertà dei cittadini senza imporre una visione unica.

Avvocato, il tema è sicuramente spinoso perché – come affermato dalla Consulta – coinvolge valori e principi primari come i diritti inviolabili dell’uomo, l’eguaglianza, la libertà di coscienza, il diritto alla salute e quello all’autodeterminazione individuale. Proprio su quest’ultimo elemento si è soffermata, nelle sue ultime decisioni la Corte Europea dei diritti dell’uomo, ritenendo cruciale il consenso dell’interessato.  Si è passati in pratica da un approccio  “pro vita” tout court  a un altro che potremmo definire “pro scelta”.  In questo quadro,  quindi, l’Europa, la tanto “odiata” Europa per certi aspetti, è molto più avanti di noi. Qual è la sua opinione in proposito? 

L’ultimo anno ha portato alcune novità importanti, che permettono di inquadrare anche la sentenza italiana in una luce nuova, e comprenderne le conseguenze su un piano più concreto: a febbraio il tribunale costituzionale federale tedesco e qualche giorno fa la corte costituzionale austriaca sono intervenuti, con decisioni ciascuna meritevole di attento studio, sulla legislazione nazionale penale che poneva divieti alla scelta del malato di congedarsi dalla vita, contrastanti con la Costituzione per la loro rigidità e assolutezza.  In Germania si trattava di misure  sanzionatorie in merito alla commercializzazione dell’aiuto al suicidio, in Austria un divieto assoluto che sembra molto simile al nostro. Dalla fine del 2019, dunque, dopo anni di silenzio, sono giunte in Europa tre decisioni costituzionali, tutte nella stessa direzione, due delle quali in contesti dove la religione cattolica è profondamente radicata. Ciò manifesta una convergenza europea degli organi di giustizia costituzionale  verso principi costituzionali comuni, legati al cuore delle libertà del corpo e di scelta. È l’individuo a scegliere i trattamenti sanitari a cui vuole essere sottoposto, e di riflesso, se andare verso una morte per lui dignitosa qualora non sopportasse più di essere tenuto in vita in maniera artificiale. Si supera l’inerzia legislativa in cui la libertà individuale e delle scelte personalissime venivano difficilmente riconosciute per effetto di retaggi autoritari. E ora anche  il legislatore di un altro Paese fortemente cattolico,  la Spagna, si sta muovendo in modo – speriamo – decisivo.

Come si sta muovendo?

Nei giorni scorsi il Congreso de los Deputados ha approvato una legge che consentirà il suicidio assistito e l’eutanasia per i pazienti che soffrono per malattie incurabili o condizioni permanenti ritenute insopportabili. Si attende l’approvazione del  Senato. In questo modo la Spagna, quindi, segue le orme dell’altro Paese della penisola iberica, il Portogallo, che aveva approvato una legge sull’Eutanasia lo scorso febbraio. Perché le Corti costituzionali arrivino a decisioni importanti sono necessarie due condizioni: che un caso sia di attualità e che i tempi siano maturi. In questo caso tutto ciò è avvenuto e la nostra Corte, che è stata la prima a parlarne, è stata seguita da quella di altri paesi europei.

A fronte del sostanziale stallo del Parlamento, il tema dell’assistenza sanitaria nella fase finale della vita è stato oggetto di studio da parte di alcuni prestigiosi istituti di formazione. Tra questi sicuramente c’è l’ISLE-Scuola di Scienza e Tecnica della Legislazione, che nel 2019 ha fatto preparare un progetto di legge ai suoi studenti partendo proprio dai contenuti dell’ordinanza n. 207/2018 della Corte Costituzionale. Nel corso dei lavori alcuni studenti si sono posti il problema se la non punibilità del personale sanitario e di tutti coloro che concorrono coi loro comportamenti al suicidio assistito sia estendibile anche alla fattispecie di reato contenuta nell’articolo 579  del codice penale  e cioè l’omicidio del consenziente qualora, pur essendo presenti le 4 condizioni tassativamente previste dalla Consulta, la persona malata sia fisicamente impossibilitato a procedere direttamente alla somministrazione del trattamento che lo porterà a mettere fine alla sua vita. Gli studenti alla fine hanno deciso di non prevedere tale estensione a seguito del difficile bilanciamento tra il principio di autodeterminazione, che va riconosciuto alle persone anche in condizioni estreme di salute, e la fondamentale difesa della vita dei soggetti più fragili, che proprio in quanto tali possono essere facilmente sottoposti a pressioni e condizionamenti di vario tipo. Qual è la sua opinione in merito?

La Sentenza Costituzionale n. 242/19 è riferita al suicidio assistito e pone in preminenza la facoltà di scelte consapevoli della persona malata con patologia irreversibile. E’ cambiato il perimetro dell’art. 580 del codice penale,  pur lasciando intatta la cintura di sicurezza  che deve tutelare i soggetti più fragili. La questione è che se il malato che possiede le condizioni previste dalla Corte non può procedere da solo con l’assunzione del farmaco letale ma dovrà essere un terzo ad intervenire su richiesta del malato si entra in altra fattispecie, quella dell’eutanasia. Una legge dovrà tutelare l’affermazione della scelte del malato, sia che possa agire da solo, sia che non possa, che sia soggetto a trattamenti di sostegno vitale e che non lo sia. Perché altrimenti l’art. 3 della Costituzione risulta violato e una legge non può essere contraria a Costituzione.

Mi permetta, infine, una domanda di carattere più intimo e personale. Lei ha mai conosciuto personalmente Dj Fabo? Se sì, qual è il ricordo di lui e, nel complesso, dell’intera vicenda che porterà sempre con sé? 

No, non ho conosciuto personalmente Fabiano Antoniani, l’ho conosciuto tramite le parole della mamma, della fidanzata e di Marco Cappato. Di lui porto con me l’amore che ha dimostrato per la vita anche nel momento in cui ha scelto di congedarsene.

di Salvatore Ventruto

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 214
FEBBRAIO 2021

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