Figli di Mamma’Ndrangheta: la storia di Luigi Bonaventura

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La storia di Luigi Bonaventura, ex ‘ndranghetista e collaboratore di giustizia

Luigi Bonaventura, classe 1971, porta addosso un cognome decisamente pesante. È stato reggente dell’omonima cosca ‘ndranghetista dei Ciampà-Vrenna-Corigliano-Bonaventura, nonché figlio del capobastone Salvatore Bonaventura e nipote di Luigi Vrenna, definito il “capo dei capi” della ‘ndrangheta crotonese.
Oggi Luigi è un uomo libero e, anche grazie alla sua collaborazione, sono state condotte le operazioni Heracles ed Heracles 2, coordinate dalla DDA di Catanzaro, che hanno portato all’arresto di tanti affiliati. Bonaventura è l’ideatore dell’Associazione “Sostenitori dei Collaboratori e Testimoni di giustizia”, con l’impegno di difendere i diritti di chi collabora e delle loro famiglie. In quest’intervista ci racconta la sua storia e la sua visione della mafia più potente al mondo: la ‘ndrangheta.

Cosa ricordi della tua adolescenza e qual è stato il rapporto con la tua famiglia?

«È un ricordo molto triste, poiché ho poca memoria della mia adolescenza, come se questo periodo non fosse mai esistito. Ho ricevuto un’educazione sulla quale ha influito molto il contesto violento in cui mi trovavo e, quando hai sui dieci anni, o impazzisci, oppure reagisci in modo duro.
Difatti, da quell’età ho iniziato ad essere particolarmente violento: ricordo che quando andavo ai quartieri chiedevo agli altri ragazzini chi fosse “il capo” e, successivamente, lo picchiavo, affermando agli altri ragazzi che da quel momento in poi avrei comandato io.
Mettevo in opera un atteggiamento mafioso senza rendermene conto. Riguardo il rapporto con mio padre, non ho mai rinnegato il legame “di sangue”, anche perché so che è cresciuto in un ambiente ancor più terribile rispetto al mio. Rinnego di sicuro la strada che intraprese».

Cosa ti ha spinto a collaborare e quali rischi hai incontrato dopo questo importante passo?

«È molto difficile iniziare a parlare di te, della tua famiglia, dei tuoi amici e dei tuoi nemici. Ho deciso di dissociarmi dall’organizzazione e, nel 2007, ho iniziato la mia collaborazione con la magistratura da uomo libero. Non avevo addosso alcuna incriminazione pesante.
Devo dire che a questa decisione hanno contribuito in maniera determinante mia madre e la sua famiglia, estranei all’ambiente mafioso, oltre che mia moglie e mio figlio. Per lui volevo un futuro diverso. Dopo la collaborazione è arrivato un forte lutto che, sinceramente, non mi aspettavo: per tutta la mia famiglia e per il mio paesino ero improvvisamente morto. Come se non esistessi più, è stata una vera e propria morte esistenziale».

La ‘ndrangheta ha subito un grosso attacco da parte della giustizia italiana. Cosa ne pensi del lavoro del dott. Gratteri?

«Gratteri ci ha mostrato davvero cos’è la ‘ndrangheta oggi. Con quest’operazione sono emersi i rapporti con i famosi “colletti grigi”, relazioni fondamentali per l’organizzazione. Il dott. Gratteri è andato fino in fondo e, seguendo questa strada, non possiamo far altro che sostenere le istituzioni. Ciò che sta avvenendo in Calabria ha bisogno di molta attenzione, non dobbiamo dimenticare».

La forza delle cosche sta in un inserimento fittissimo nella società calabrese e, soprattutto, all’interno dei comuni. In relazione anche alla cosca di cui hai fatto parte, a cos’è dovuta questa forza?

«La Calabria è un territorio di guerra, con un conflitto tra due poteri, Stato e ‘ndrangheta, che va avanti ormai da moltissimi anni. La ‘ndrangheta è la mafia più pericolosa al mondo perché è anche strutturata con il vincolo di sangue, quindi spesso troviamo “una cupola nella cupola”.  Le cosche sono spesso unite da vincoli familiari e distaccarsi da questi è estremamente difficile. Rompere il vincolo di sangue significa parlare dei tuoi familiari, non è per niente semplice.
Per chi ha nelle mani grandi business come quello dei rifiuti o quello riguardante la produzione della cocaina, non c’è partner migliore della ‘ndrangheta, date le sue influenze globali. Garantisce, inoltre, un rischio di tradimento molto minore rispetto alle altre mafie».

Parliamo ora dei bambini soldato di “mamma ‘ndrangheta”. Chi sono?

«I bambini soldato della ‘ndrangheta sono principalmente i primogeniti, sono tutti quei bambini concepiti per essere ‘ndranghetisti. Nelle famiglie di ‘ndrangheta se si hanno cinque figli, si potrebbe decidere che i primi due debbano intraprendere la strada malavitosa, mentre gli altri dovranno inserirsi nella società civile, per poi tornare a servire la famiglia.  I bambini soldato sono anche i ragazzini dei quartieri degradati, che diventano manovalanza per la ‘ndrangheta e così, come anche in Campania, nascono delle vere e proprie culle di criminalità all’interno di queste zone abbandonate.
Ci tengo molto a questo argomento perché ho sofferto anche io da piccolo, come ti ho raccontato, aspettavo costantemente qualcuno che mi tirasse fuori da lì».

di Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°202 – FEBBRAIO 2020

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