«Ferro vecchio, roba vecchia!»

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Quante volte abbiamo sentito urlare da un megafono queste parole, spesso anche con un accento così stretto da non riconoscere agilmente le parole. Eppure, nonostante l’alone di storicità che racchiude la figura che le pronunciava, oggi quello del rottamaio è un mestiere che sta scomparendo.

I pochi che perseguono quest’attività nei nostri territori spesso lo fanno irregolarmente. Girano con un Apecar modificato ad hoc alla ricerca di scarti per recuperare ferro, rame ed altri materiali metallici, oppure si fanno chiamare svuota cantine, per cercare oggetti, mobilio, stracci vecchi da rivendere. Tutto sommato sembra essere un lavoro positivo per il recupero di rifiuti speciali, con un occhio all’ambiente.

Ecco, l’occhio all’ambiente. Vi siete mai chiesti, dopo aver recuperato questi rifiuti speciali e scelto il materiale utile al proprio guadagno, che fine fanno gli scarti degli scarti? Purtroppo non si vuole millantare una fantasia. In giro per il web si trovano centinaia di video di cittadini attivi preoccupati che, seguendo i rottamai per le campagne delle nostre città, li hanno beccati nell’atto di sversare i loro scarti. Scarti che una volta accumulati, indovinate un po’, verranno bruciati.

Nel Testo Unico dell’ambiente -D.Lgs. 3 aprile 2006, n.152- nell’articolo 193 vengono definite le regole per svolgere questo utile lavoro: essere iscritti all’Albo Nazionale Gestori Ambientali e pagare i contributi, ricevere un’autorizzazione, avere un mezzo adeguato agli standard normativi ma soprattutto possedere il formulario di identificazione del rifiuto. Attraverso questa prassi lo Stato ha voluto sventare l’illegalità e permettere a questi operatori di lavorare anche con le aziende private o quelle che si occupano della gestione dei rifiuti comunali.

Cosa succede solitamente?

«Il rottamaio passa per le vie della città e con il megafono attira l’attenzione dei cittadini.
Questi, che siano privati o commercianti, lasciano molto spesso oggetti ingombranti, quali mobili, materassi, reti dei letti, scarti di piccoli lavori di edilizia, oppure piccoli e medi elettrodomestici, come forni a microonde, stufette alogene, televisori o addirittura frigoriferi e lavatrici.

Il rottamaio così, dopo aver recuperato lo scarto (delle volte anche pagandolo), lo smantella alla ricerca di metalli da rivendere per guadagnare pochi euro. Il resto, come le plastiche, va incontro a un destino inevitabile: essere scaricati in terreni remoti e lontani da occhi indiscreti nell’attesa di essere incendiato. Si può dire che questo mestiere (svolto illegalmente e senza autorizzazioni di sorta) nonostante la parvenza di bontà, sia al centro della questione Terra dei Fuochi.

Il Testo Unico dell’ambiente prevede amare sanzioni per chi effettua un’attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti senza autorizzazione; e prevede sanzioni ancor più gravi per chi viene colto nell’atto di dare fuoco a rifiuti abbandonati.

Purtroppo però, le forza dell’ordine faticano a controllare ed applicare effettivamente la legge. La gestione di questo tipo di reati ricade spesso nelle mani dei Vigili Urbani, sottonumero e spesso occupati in altre mansioni; inoltre, dovrebbero cogliere sul fatto i trasgressori per poterli perseguire».

Cosa può fare il cittadino onesto?

«Innanzitutto se si è in presenza di una situazione del genere chiamare repentinamente le forze dell’ordine potrebbe aiutare queste a svolgere agevolmente il loro lavoro. Poi interessarsi a smaltire i propri rifiuti speciali nella maniera corretta, servendosi possibilmente delle isole ecologiche di cui il proprio comune dovrebbe essere dotato, sarebbe la cosa giusta da fare.

Non lasciamo che il nostro territorio muoia nelle mani di pochi e facciamo attenzione alle scelte che prendiamo in merito allo smaltimento dei rifiuti. La responsabilità della qualità della vita è soltanto la nostra».

di Francesco Cimmino
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°207
LUGLIO 2020

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