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Femminismo. Uno dei concetti più fraintesi, demonizzati ed equivocati del nostro tempo, vittima delle intromissioni continue della cultura pop, che in questi anni ha tentato di reinterpretare il concetto di femminismo per somministralo più facilmente alla massa. E giù con le icone stilizzate di Frida Kahlo in ogni dove, gli slogan in grassetto su Pinterest e le citazioni da condividere su Instagram. Il tentativo però, di rendere più accessibile un’ideologia apparentemente complessa, ha condotto ad una prolificazione delle scuole di pensiero femminista, che ne hanno travisato il messaggio originario. Proprio per questo, Aya Mohamed (aka Milan Pyramid), giovane attivista musulmana, ha deciso di battersi – con i moderni mezzi di comunicazione – per disintegrare non solo i preconcetti sul femminismo, ma anche i tabù sulla regione islamica.

Aya, dove e come nasce il tuo impegno civile?
«Mi sono sempre sentita in dovere di non tacere davanti alle ingiustizie del mio tempo. In particolare, a scuola, quando in concomitanza con gli attacchi dell’ISIS in Europa, mi accorsi che il velo che poco prima indossavo con grande gioia e felicità mi rese un target per tutti coloro che mi vedevano come “la causa del male”. Dopo un atroce attentato in America, in cui persero la vita tre giovani musulmani, a causa del loro credo, presi l’iniziativa di creare un seminario all’interno della mia scuola per spiegare che “musulmano” non si traduce con “terrorista”. Questo ha poi alimentato la mia voglia di rompere stereotipi e distruggere i pregiudizi presenti attorno alla mia comunità religiosa».

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Tra i pregiudizi occidentali che ricadono sull’Islam c’è sicuramente quello del velo come oggetto di sottomissione delle donne. Qual è il messaggio originale dell’Islam, su questo specifico aspetto?
«Oggi in occidente si pensa al velo come risultato di un’oppressione patriarcale, un oggetto sessista per sottomettere le donne. L’uomo musulmano viene dipinto come violento, cattivo ed aggressivo, mentre la donna musulmana come incapace, debole ed accondiscendente. Io trovo tutto questo al limite del comico, perché basterebbe mettere piede in città come Marrakech o Dubai, per capire che tutti questi stereotipi che ci portiamo dietro, non sono reali. Io decisi di indossare il velo sui 18 anni, in maniera completamente indipendente, perché essere musulmana rappresenta la mia identità. Questa forma di identificazione, in realtà, dà molta libertà alla donna. Chi ha deciso che la nudità sia l’unica forma di emancipazione? Se tu non hai la possibilità di vedere il mio corpo, sei portato a considerare chi io sia attraverso i miei comportamenti e le mie parole. Io sono una donna e sono stanca di essere oggettificata in base al mio corpo. A me dà un grande senso di libertà poter decidere di coprire il mio corpo ed avere esclusivamente io il potere su di esso».

Indossare il velo, nel messaggio di cui tu ti fai portavoce, è un atto femminista rivoluzionario. Cosa significa oggi essere femminista?
«Il femminismo è un movimento nato per la lotta al raggiungimento della parità in ambiti politici, economici e sociali trai sessi. Parliamo di parità non uguaglianza. Io credo che l’uguaglianza porti a molti svantaggi ed ingiustizie, mentre la parità tiene conto di tutte quelle diversità (inconfutabili) che esistono tra uomo e donna. Ed io mi considero tale, nonostante molte correnti femministe occidentali non credano che io, in quanto donna musulmana velata, sia in grado di partecipare in progetti simili. Sfortunatamente c’è ancora molta difficoltà ad accettare la libertà di scelta di una donna, anche dalle donne stesse».

Quanto ti senti libera, qui in Italia e quali sono i fattori che – a tuo giudizio – continuano an-cora oggi ad impattare il clima di islamofobia nel nostro Paese? «Anche se le mie origini sono nordafricane, l’Italia è casa mia, è dove sono cresciuta, non conosco altre realtà. Qui sono libera di fare e di essere, ciò tuttavia non nega che ancora ci sia molta strada da fare per poter raggiungere una società non discriminatoria ed inclusiva. Il razzismo istituzionale, i mass media tradizionali e addirittura il nostro intrattenimento, seguono delle agende politico-economiche che continuano ad alimentare la xenofobia in tutta Italia, lavorando sulle debolezze del popolo e perpetuando una narrazione negativa ed estrema di tutte quelle minoranze, che poi diventano il capro espiatorio delle problematiche nazionali».

di Carmelina D’aniello
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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