Nella nostra amata Italia, si registrano purtroppo circa 150 casi di femminicidi all’anno. Un fenomeno in crescente aumento che vede vittime le donne, spesso uccise dai propri compagni e mariti. Questo fenomeno in realtà nasconde altre vittime che meritano evidenza e una riflessione profonda, i bambini, figli delle donne assassinate.
Le cronache e la televisione ci portano a focalizzare l’attenzione sulle donne uccise e su i loro carnefici, ricostruendo l’evento delittuoso nei minimi dettagli, ma purtroppo chi ne subisce i traumi, l’inevitabile solitudine ed effetti piscologici gravissimi sono sfortunatamente sempre figli che si ritrovano senza la madre e senza il padre: lei uccisa, lui invece a scontare la sua pena in carcere. Le uniche vittime, quando si verificano queste tragedie, sono solo ed esclusivamente i bambini, i quali oltre a trovarsi senza genitori, dovranno seguire percorsi dolorosi dal punto di vista psicologico. Per loro si preannuncia una vita segnata e un futuro nebbioso e privo di quelle certezze e fondamenta che una famiglia è in grado di dare. Queste povere vittime si alterneranno tra aule di tribunali, servizi sociali e famiglie adottive, costretti metabolizzare, sempre che vi riescono, la perdita della madre ma anche la perdita del padre, insomma, bambini che dovranno affrontare la vita da orfani.
Anche se un po’ in ritardo, dal 16 febbraio 2018, è in vigore per legge, la garantita giustizia economica “ai figli minori o ai figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, rimasti senza un genitore a seguito di un omicidio commesso dall’altro coniuge, anche se legalmente separato o divorziato”.
È in questo contesto che l’aspetto legislativo ricopre un ruolo fondamentale nella gestione dei soggetti coinvolti: se da un lato, facendo giustizia viene inflitta la pena del carcere al carnefice, automaticamente viene inflitta ai bambini una pena più subdola costringendoli ad attraversare l’iter burocratico del tribunale dei minori. Purtroppo un bambino orfano di femminicidio è un bambino distrutto dalla perdita della madre e da un dolore che lo accompagnerà per tutta la vita nel profondo del suo essere, ma in particolare sarà un bambino privato dell’amore e delle basi socioculturali indispensabili per affrontare la vita. Un altro dato estremamente importante è stato esposto dall’avvocatessa Titti Carrano, già presidente di D.I.Re. (Donne in rete contro la violenza), la quale ha affermato che: «l’84% dei bambini era presente al momento dell’uccisione o del ferimento del genitore, l’81% aveva una precedente storia di violenza assistita, il 57% non ha ricevuto alcun tipo di sostegno psicologico».
Queste vittime nella maggior parte dei casi vengono affidate, dalle autorità competenti, quasi sempre ai nonni, che per la maggior parte sono quelli materni. Le autorità hanno evidenziato come quella che potrebbe essere la decisione più logica e meno traumatica, potrebbe invece essere timone di strumentalizzazione da parte dei nonni che potrebbero far crescere l’odio verso il padre, che, anche se triste da sottolineare, rimane l’unico genitore in vita.
Questo dramma così complesso e poco trattato, se non per le cronache mediatiche, viene affrontato da diverse associazioni, tra cui l’Associazione EDELA, che segue la piaga sociale del fimminicidio in modo costante e quotidiano grazie all’impegno dei suoi componenti nonché del Presidente Dott.ssa Roberta Beolchi. Credo che questa piaga sia non debba essere trattata solo per fare notizia, ma soprattutto perché vengano presi impegni seri per far si che i bambini, vittime di questo dramma, possano essere sostenuti a 360° fino a raggiungere la piena serenità, nella speranza di superare nel migliore dei modi il loro trauma, anche se l’amore per una madre non si dimentica…

 

TRATTO DA Magazine Informare N°191
Marzo 2019

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