informareonline-femminicidi-e-violenze-in-italia-e-emergenza-sociale

Femminicidi e violenze: in Italia è emergenza sociale

Rossella Schender 03/12/2021
Updated 2021/12/03 at 4:37 PM
5 Minuti per la lettura

È il 2021, ogni tre giorni circa i media ci informano di un nuovo femminicidio. La frase più frequente a seguito di queste notizie è: “perché non lo ha denunciato?”. Quando a una donna maltrattata si pone una domanda così diverse sono le risposte che si ricevono. Maria Cafagna, nella sua newsletter, riporta che una delle più comuni risposte sia “ero più sicura nel tenermelo in casa che a saperlo arrabbiato con un coltello in tasca”. Certo, denunciare potrebbe o meglio dovrebbe proteggere chi decide di chiedere aiuto, ma il Rapporto sulla violenza di genere e domestica nella realtà giudiziaria della Commissione d’inchiesta sul femminicidio del Senato ha evidenziato che gli operatori giudiziari sono impreparati a gestire e raccogliere i casi di violenza di genere. In poche parole: sono incapaci. Solo nel corso di quest’anno, con dati aggiornati dal Viminale il 14 novembre, sono stati commessi 103 femminicidi a opera di un partner o un ex.

Se per chi ha preferito non denunciare le autorità possono appellarsi al non ne sapevamo niente, mi chiedo come mai per quel 12% – come riportano i dati dell’Istat – che la denuncia l’aveva presentata e per l’uomo era stata notificata un’ordinanza restrittiva, è mancata la protezione. In questo regime non curante e imbevuto in una cultura patriarcale che rilega la donna ai margini della scala sociale agiscono i centri antiviolenza. A Portici, in provincia di Napoli, opera l’associazione “Le Kassandre” che entra nella “Rete Nazionale Centri Antiviolenza 1522” nel 2010.

Il lavoro dell’associazione inizia nel 2004 a seguito dell’incontro di un gruppo di donne con esperienze alle spalle diverse le quali storie si intrecciano nell’impegno verso le tematiche sociali relative al genere e alle pari opportunità. Le Kassandre si impegnano affinché possa essere attivo uno sportello di consultazione psicologica e legale così da aiutare le donne a liberarsi dall’oppressione del maltrattante. Delle Kassandre fa parte Gina Troisi, psicologa clinica e psicoterapeuta, la cui attività clinica e di ricerca si è focalizzata sulla violenza contro le donne nelle situazioni di “Intimate Partner Violence”, attraverso una lettura psicoanalitica della relazione tra affetti e trauma.

Dott.ssa da cosa crede che nasca l’impeto violento che sfocia nel femminicidio?

«Parlare di “impeto” di violenza può indurre in errore, dando l’idea che la violenza nasca in quel momento, mentre è costruita nel tempo all’interno della relazione attraverso un insieme di forme non solo fisiche. Queste prendono origine e si alimentano all’interno della cultura patriarcale che impone all’uomo un’aspettativa sociale e intrapsichica di dominio e potere e alla donna quella di cura, accoglienza e comprensione».

Qual è il lavoro svolto nei centri antiviolenza?

«In primo luogo le donne vengono aiutate a prendere coscienza di quel che stanno subendo e a mettere in atto le misure necessarie per uscirne. Nei casi in cui la violenza assume dei caratteri di pericolosità si lavora affinché la donna sia al sicuro in una casa-rifugio, ma questo può esser fatto solo con il suo consenso. Poi si procede alla loro autonomizzazione, spesso si trovano in situazioni di totale dipendenza dall’uomo perché quest’ultimo ha impedito loro di lavorare o ha gestito le loro finanze. Questo ha spinto Le Kassandre a promuovere una raccolta fondi per sostenere il progetto Crei-amo Cambiamenti che ha l’obiettivo di contrastare la “violenza economica”. I fondi del progetto verranno utilizzati per finanziare corsi di OSS e di Analista programmatore per le donne seguite dal centro».

Ogni anno c’è un incremento di violenza nei confronti delle donne, possiamo dire che sia anche colpa dello Stato?

«Il legislatore e gli operatori del diritto sembrano essere in difficoltà nel comprendere le dinamiche della violenza e nell’agire nel migliore dei modi per contrastarla. L’ultimo decreto in merito al codice rosso ha velocizzato dei processi, ma non ha tenuto conto del tempo di cui ha bisogno la donna per acquisire la consapevolezza necessaria delle violenze subite per poter affrontare un processo. I traumi subiti fanno sì che non abbiano ben chiare tutte le dinamiche degli avvenimenti e la testimonianza risulta poi essere frammentaria e questo di certo non le agevola. Ritengo sia necessario che si rafforzi il dialogo tra istituzioni e CAV in modo da costruire più sinergie tra strumenti ed esperienze sul campo».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°224 – DICEMBRE 2021

Condividi questo Articolo
Lascia un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *