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Fëdor Dostoevskij e il baratro della cancel culture

Gianrenzo Orbassano 03/04/2022
Updated 2022/04/03 at 5:52 PM
5 Minuti per la lettura

Circa un mese e mezzo fa, a ridosso dell’ignobile invasione in Ucraina, il Professore dell’Università degli studi di Milano Bicocca, Paolo Nori, ha visto cancellato il suo corso sullo scrittore russo Fëdor Dostoevskij.

Motivazione? “Evitiamo polemiche in un momento di forte tensione”, è stata la giustificazione dell’Ateneo. La riflessione su questo episodio è la seguente: cancellare un corso su uno dei più grandi scrittori contemporanei, non è il modo giusto per combattere la barbarie di una guerra. La cultura, il grande contributo culturale che Dostoevskij ha dato alla letteratura mondiale, non ha nulla a che vedere con la guerra. Soprattutto con questa guerra. Eppure, qualcuno ha cercato di immischiare Dostoevskij in questa vicenda, cadendo nel baratro della cancel culture.

L’argomento della cancel culture, spesso sovrapposto alla questione del “politically correct”, è entrato inevitabilmente nei salotti tv, sui giornali e sul web. Questo termine indica un atteggiamento di colpevolizzazione nei confronti di personaggi storici che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo o di politicamente scorretto nel loro passato. Questo atteggiamento mira a impegnarsi nell’annullamento di massa per esprimere disapprovazione tramite la pressione sociale.  

Ma Dostoevskij cosa c’entra in tutto questo?  

Durante l’invasione in Ucraina, abbiamo visto migliaia e migliaia di persone fuggire dalla loro terra. Tra questi, molti bambini. Agli smemorati della Bicocca è sfuggito il fatto che l’opera letteraria e filosofica di Dostoevskij è incentrata su un tema chiave, ovvero la sofferenza dei bambini? “Perché i bambini soffrono? Perché un bambino deve morire?”, si domandava lo scrittore ne “I fratelli Karamazov” e ne “L’Idiota”. Lo stesso scrittore russo, oggi, non avrebbe esitato a farsi ancora una volta rinchiudere nella Fortezza di Pietro e Paolo per chiedere conto ai fautori di questa guerra di tale ferocia nei confronti di esseri umani innocenti. In questo, troviamo in Dostoevskij un alleato nella nostra lunga marcia per la pace. 

Dostoevskij diceva: “La bellezza salverà il mondo”. Io aggiungerei: “La cultura ci salverà dalla violenza”. Agli incoscienti della Bicocca bisogna far ricordare che è la cultura l’arma più intelligente da sfoderare contro la violenza. E questa non è solo una frase di circostanza. Dopo una mossa sbandata della Bicocca, che in principio voleva addirittura sostituire Dostoevskij a degli autori ucraini, dobbiamo registrare per la cronaca il repentino passo indietro dell’Università che è tornata sui suoi passi offrendo al Professor Nori di tenere regolarmente il corso.

L’abbaglio momentaneo della Bicocca è stato oggetto di forti critiche da parte dell’opinione pubblica. Di questa russofobia, ne ha parlato brillantemente la nostra Valeria Marchese in un suo articolo web, scrivendo di come Alimentare i pregiudizi verso la Russia può avere conseguenze anche devastanti nei confronti di un intero popolo che di sentimenti bellici, in realtà, ne ha ben pochi. Basti vedere i quasi diecimila civili arrestati in Russia per aver protestato contro la guerra, malgrado nell’immaginario comune si siano già andati a diffondere sentimenti di russofobia”. Sentimento russo fobico alimentato anche dai principali media. È la prima guerra “combattuta” anche sui media e su Internet. Uno dei tanti risvolti, una prolungazione mediatica di una guerra di cui le responsabilità andrebbero ricercate, almeno per questa volta, negli uomini antiestetici di questo nostro tempo.

Ma la speranza è sempre dietro l’angolo: citiamo l’iniziativa dell’istituto Augusto Righi di Napoli e di Jorit, famoso street artist di cui abbiamo imparato ad amare i suoi murales: “Volevo lanciare un messaggio da un piccolo ma grande istituto di Napoli – spiega l’artista - e cioè che solo con la cultura si comprendono le cause delle guerre e si costruisce la pace. La cultura è un valore universale, per cui Dostoevskij è patrimonio dell’umanità“. E così oggi, Il volto del grande autore russo svetta sulla parete del palazzone della scuola napoletana. E chissà se il messaggio è stato recepito…  

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