Federico Cafiero De Raho: «La cassaforte dei Casalesi non è ancora stata trovata»

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Intervista esclusiva al Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho

Una crisi economica rappresenta sempre una ghiotta occasione per le mafie, soprattutto attraverso modalità criminali di profitto come l’usura.
Chi si trova in una condizione di sofferenza economica va alla ricerca di liquidità utile per riuscire a sopravvivere, somme che, se non garantite dallo Stato, vengono invece elargite comodamente dalle organizzazioni mafiose che man mano entrano all’interno delle imprese, gestendole e utilizzandole per occultare denaro o impiegarle come lavatrici di soldi sporchi.
Oltre questo scenario, l’ultima relazione della Dia (Direzione investigativa antimafia) individua nel territorio casertano ancora una forte presenza del clan dei casalesi, affiancato da altri clan operanti nell’agroaversano.
Un clan ricco, anzi ricchissimo, che è stato decapitato nella sua ala militare, ma che continua ad essere ben inserito nel circuito economico e sociale di questi territori.
Alla luce di questi elementi abbiamo intervistato il Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, volto autorevole della magistratura e, soprattutto, del contrasto alle organizzazioni mafiose. Durante la sua vita professionale ha affrontato il potere della camorra e di organizzazioni ormai internazionali come la ‘ndrangheta.
Un’esperienza ed una conoscenza che oggi impiega a capo della Dna (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo). L’abbiamo incontrato in occasione dell’evento “La memoria diventa impegno” presso la Chiesa San Michele Arcangelo di Casagiove e lo ringraziamo per aver subito mostrato la sua sensibilità verso la nostra realtà fissando un’intervista.

In seguito all’accordo raggiunto in Europa, al nostro Paese spetteranno ben 209 miliardi di euro. C’è il timore di un interesse delle mafie su queste risorse? Quali sono i rischi?

«I rischi sono quelli corrispondenti a un livello di attenzione che le mafie hanno sui flussi di denaro pubblico ogni qual volta esso entra nel sistema del credito, nel sistema del sostegno degli enti pubblici o entra nell’ambito del sistema degli appalti.
Ogni qual volta c’è un’emergenza, le mafie riescono ad infiltrarsi in singoli settori. Fatta questa doverosa premessa, è giusto ribadire che l’esperienza maturata dalle Istituzioni statali è tale da consentire oggi una forma di prevenzione e repressione che in passato non c’era. Una volta era Giovanni Falcone col pool che poneva l’accento sull’esigenza di individuare e seguire i flussi di denaro, oggi è una tecnica standardizzata per comprendere le organizzazioni mafiose e i loro movimenti. I rischi in Italia sono sicuramente minori che negli altri Paesi europei e del mondo».

Dall’ultima relazione della Dia si evince ancora un forte predominio del clan dei casalesi nel territorio casertano: qual è l’attuale situazione che vive questo clan, tra i più potenti in Italia?

«Ancora una volta quel che sembra non esser stato ancora individuato è la cassaforte del clan dei casalesi. Pensiamo al modo in cui il clan ha operato negli anni: le centinaia di imprese di cui disponeva, la cooperatività dei consorzi per la distribuzione del calcestruzzo, per gli inerti, per le cave…parliamo di un sistema economico-imprenditoriale di altissimo livello.
A fronte di ciò ci sono stati arresti per quanto riguarda la cosiddetta “ala militare” e ce ne sono stati altrettanti per “l’ala imprenditoriale”, ma le enormi ricchezze che il clan dei casalesi poteva avere e disporre non sono state ancora trovate. Quindi si pensa che dietro coloro che hanno la disponibilità di queste ricchezze ci sia ancora un clan che riesce a muoversi, reclutare uomini di malavita pronti ad operare sui territori mediante violenza e intimidazione.
Non è difficile pensare questo quando ci sono tali quantità di denaro e il clan i soldi li aveva: in parte sono stati sequestrati e confiscati, ma in parte sono ancora detenuti da soggetti che possono essere mossi dall’organizzazione, dandole forza. D’altro canto, è vero che in questi territori non c’è più un clan dei casalesi forte come alla fine degli anni ’80-’90, ma ci sono ancora delle espressioni militari che fanno sentire il peso delle estorsioni, delle usure e degli altri reati tradizionalmente mafiosi».

Procuratore, lei sa bene che la realtà di Informare nasce e vive a Castel Volturno, un fortino del clan dei casalesi. Quale segnale deve partire da queste terre ancora un po’ fragili?

«È da questi territori che deve partire la ricostruzione di un tessuto sociale molto forte. Credo che Castel Volturno abbia subìto sofferenze atroci come stragi, omicidi, traffico di stupefacenti e addirittura una mafia nigeriana che paga la camorra del clan dei casalesi.
In quelle zone c’è stato un controllo mafioso rigoroso, tanto da sottomettere altre organizzazioni criminali. È da qui che deve ripartire un’azione culturale e sociale forte. Occorrono segnali importanti come la finalizzazione sociale dei beni confiscati alla camorra, ma soprattutto un segnale decisivo dev’essere dato dalla politica locale.
Il cittadino dev’essere protetto dalle espressioni della politica che va a governare quel territorio; istituzioni come il sindaco e la giunta comunale, specialmente nei comuni in cui c’è stata una forte pressione camorrista, devono essere trainanti in una finalità di rinascita per garantire alla popolazione libertà, uguaglianza, giustizia e sostegno. Insomma: tutto ciò che un cittadino si aspetta dalla politica».

Il traffico di droga si conferma un fenomeno che permette alle casse delle mafie grandi quantità di denaro. Quali risultati si stanno ottenendo nella lotta alla droga in Italia?

«Possiamo trarre un dato confortante dai grandissimi risultati raggiunti nella lotta alla droga. Dobbiamo pensare che nel traffico internazionale di stupefacenti la camorra non si muove sempre in modo separato rispetto alla ‘ndrangheta e a Cosa Nostra: a volte si è potuto notare come le importazioni venissero effettuate pro-quota da clan della camorra, cosche di mafie e di ‘ndrangheta. Questo dimostra che, qualora si vadano a sviluppare grandi traffici criminali, vi è sostanzialmente una sorta di identità di intenti, che in alcuni casi ha visto queste organizzazioni agire in modo concordato. Credo che questo sia un passo molto importante, ci fa comprendere che oggi il contrasto alle mafie non deve avvenire solo su un territorio a base provinciale o regionale, ma deve avvenire sull’intero territorio nazionale, anzi su quello europeo e globale. Pensiamo che abbiamo trafficanti ‘ndranghetisti, camorristi o mafiosi che sono stabilmente insediati nelle aree straniere di produzione degli stupefacenti, da questo dobbiamo capire che la loro operatività ha un raggio d’azione molto più ampio del nostro territorio nazionale.
Il problema nel contrasto alle droghe non riguarda solo la specializzazione delle nostre forze di polizia e della nostra magistratura, ma riguarda un’acquisizione di competenze da parte di tutte le forze europee. Ovviamente poi c’è bisogno di collaborazione e cooperazione giudiziaria che riesca ad unire tutti i Paesi. Devo dire che questo è uno sforzo che si sta compiendo: proprio poche settimane fa, su iniziativa di Interpol e del Capo della Polizia Franco Gabrielli, abbiamo avuto un incontro con i capi delle polizie della DEA, dell’FBI, della Colombia, del Costa Rica, del Venezuela e diversi paesi europei. Questo progetto vuole proprio contrastare l’egemonia della ‘ndrangheta, che sta avanzando nella scena internazionale come un’organizzazione criminale con una struttura ed una forza straordinaria. Attraverso questi progetti comprendo sempre più quanto sia importante condividere un piano di azione contro le organizzazioni criminali: con la cooperazione possiamo riuscire in un contrasto efficace alle mafie».

Nella foto lei tiene tra le mani la nostra copertina di denuncia contro i fenomeni di pizzo e usura, particolarmente delicati in questo periodo di crisi economica dovuto dal covid-19. In merito all’usura, ci sono già dei segnali e cosa bisogna fare per attivare una decisa azione di contrasto?

«Innanzitutto va affrontato con la liquidità che lo Stato sta mettendo a disposizione degli imprenditori e dell’economia nazionale.
È evidente che la sofferenza economica porta alla disperazione, la quale avvicina il soggetto a chiunque offra un canale creditizio e sappiamo bene che un canale privo di formalità e limiti è proprio quello offerto dalle mafie. Quest’ultime sperano di arrivare, attraverso l’usura, ad impossessarsi dell’impresa per divorarla dall’interno.
Le mafie riescono a governare le imprese per la capacità di intimidazione: non hanno bisogno di atti scritti, l’importante è che il loro denaro passi. Il problema più grande delle mafie è collocare le ricchezze, non doverle cercare. In un momento come questo, mimetizzare soldi attraverso l’acquisizione di imprese è una tattica agevole per le mafie e proprio per questo uno Stato che segue le imprese impedisce alla camorra, e alle organizzazioni mafiose in generale, di impossessarsi dell’economia».

 

di Antonio Casaccio
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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