Fedele fino all’Ultimo

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Intervista al Capitano dei Carabinieri che arrestò Riina

È il 15 gennaio del 1993, 8:55 del mattino, una macchina esce da un complesso di villette di Via Bernini a Palermo, alla guida dell’autovettura c’è Salvatore Biondino, accanto a lui “il capo dei capi” Totò Riina. Non sanno che ad attenderli ci sono gli uomini del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri, con capofila il Capitano Ultimo al tempo capo del CRIMOR- Unità Militare Combattente. Un giorno particolarmente emozionante per l’Italia e per Sergio De Caprio (nome di Ultimo. ndr), il quale vede la coronazione del massiccio lavoro investigativo svolto con la sua squadra. Siamo andato a trovarlo in un’immensa distesa di verde dove negli ultimi tempi Ultimo, insieme a molti collaboratori, si dedica all’aiuto del prossimo. Alle sofferenze degli “ultimi” dimenticati dallo Stato, molto spesso ragazzi, De Caprio mette a disposizione una dimora sicura con servizio mensa e attività che spaziano dalla falconeria a lavoretti manifatturieri.  Risulta ancora difficile ed estenuante provare capire come sia possibile mettere da parte una memoria storica ed imponente come quella di Ultimo, uno dei pochi rimasto fedele alla strategia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. La risposta a questa nostra domanda risiede, oggi, nello sguardo del Capitano, simile ad un leone in gabbia, lontano dal Mondo per cui ha dato buona parte della sua vita; la sua battaglia continua a combatterla offrendo servizio a ragazzi immigrati che imparano a lavorare una particolarissima oggettistica, lo offre ai giovani, aiutato dal parroco della struttura. Immersi nel profondo verde romano ci presentiamo descrivendo l’essenza del nostro giornale e prontamente Ultimo afferma: «Per me è un onore avervi qua e combattere insieme a voi per costruire un’informazione onesta, pulita e che non vincola l’opinione pubblica. Questo è stato il male che contesto alla disinformazione: formare opinioni di un certo tipo. Indirizzare le opinioni, precostituirle, questo è uno dei crimini più grandi dei meccanismi di disinformazione a servizio delle lobby, le quali lucrano sul popolo e lo sfruttano».

Capitano, da questa sua affermazione si nota un po’ di rabbia. Crede che anche riguardo al suo lavoro si sia fatta disinformazione?

«Dicevo questo perché vi apprezzo, non per parlare di me. Sono molto disinteressato alle mie vicende. Però sulla tematica possiamo parlare di com’è stata presentata la mafia, di come si è cambiato dalla voglia di fare azione comune contro la criminalità organizzata a creare visioni e filosofie contrapposte. Il dibattito sulla mafia oggi è creare misteri, fare ricostruzioni storiche, minimizzare il ruolo di Cosa Nostra nelle stragi. Questa è un’azione che realizza la vittoria di quella mafia. Chi ha combattuto in quegli anni era un’avanguardia del popolo, ma non si possono stigmatizzare le attività svolte per creare movimenti d’opinione e potere. Questa è una cosa folle e ridicola».

Si è fatto un’idea del cambiamento avuto dalle organizzazioni criminali rispetto alla fine degli anni ottanta? C’è ancora una mano espressivamente debole dello Stato?

«C’è stato un momento in cui vi è stata la spiralizzazione dello scontro con Cosa Nostra. I vertici corleonesi per esistere hanno dovuto far sempre un passo più elevato, perché per tener coeso un intero mondo carcerario, per contrapporsi a centinaia e migliaia di famiglie che erano state sterminate, il gruppo corleonese non poteva far altro che alzare ancora il livello dello scontro contro un nemico: pezzi dello Stato, persone dello Stato, le quali si contrapponevano da sole al dominio di Cosa Nostra. Dopo invece c’è la capacità delle mafie di gestire il territorio, quello non è misurabile con la repressione, è misurabile con la capacità che hanno di indurre al silenzio i propri cittadini; ciò accade nei piccoli paesi, nelle periferie, nei quartieri marginali, nell’assegnazione dei lavori e degli appalti. Questi meccanismi le forze di polizia li percepiscono sempre dopo normalmente, quindi sei tu che mi devi dire com’è la situazione ora, me lo devono dire i tuoi parenti, i tuoi compagni, i commercianti, gli imprenditori. Questi devono tirar fuori il coraggio di dire la verità. La vera forza di un’organizzazione criminale non è la capacità di fare una strage, ma quella di ridurre al silenzio i cittadini».

Nel discorso riguardante il suo ultimo libro “La mafia è buona”, il Dott. Catello Maresca afferma che si è abbassato il livello di guardia e d’interesse verso la mafia. Cosa ne pensa del fatto che un magistrato in attività si chieda se c’è davvero la volontà di combatterla?

«Penso che il Dott. Maresca sia sicuramente un osservatore privilegiato su queste tematiche e sia in grado di lanciare questi segnali all’opinione pubblica e alla società civile affinché possa sempre esser consapevole del proprio destino. Io sono un osservatore meno privilegiato e non sono in grado di entrare dettagliatamente in questa materia. Certo che sentire questo da un magistrato così importante ed in prima linea sulla lotta alla criminalità lascia amarezza. E me la lascia perché si è giocato sulla vita di tanti combattenti, si è manipolata la vita di tanti combattenti, il sangue di molte persone che hanno creduto nella giustizia e nel popolo. State vicino ai magistrati che combattono per la verità».

Una memoria storica come la sua messa da parte in tal modo, cosa vuol significare? Per me cittadino è una sconfitta?

«Non lo so. Io credo che la storia si ripete, l’importante è che ci sia sempre da parte dei più giovani la voglia a non sottomettersi alle lobby, ma di esistere come cittadini. Noi dobbiamo anche accettare di essere emarginati, dobbiamo accettare di essere isolati e calpestati, non possiamo imporre il nostro nome agli altri, ma la lotta sì!».

Ha visto revocata la sua scorta, è secondo lei un colpo dalla sicurezza?

«Il modello di sicurezza è efficace nel momenti in cui è partecipato dal popolo. Quando uno chiede accesso agli atti per vedere il perché levano la scorta a me e gli viene detto che “non è possibile”, allora io capisco che la sicurezza non è più mia, ma è di un principe, di un barone. Questo mi amareggia molto, non per me, io me ne frego della mia sicurezza fondamentalmente, ma mi preoccupo per i ragazzi giovani. La sicurezza non è del Ministro, del Prefetto o del Questore, la sicurezza è di tutti noi. Pensate davvero che il problema lo risolvono unicamente le forze dell’Ordine?».

Torniamo a quegli anni, con lei vorrei parlare della mancata perquisizione al covo di Riina. In quell’occasione l’intero bunker fu lasciato incustodito dando modo agli affiliati di Cosa Nostra di svuotare l’intera struttura e, addirittura, ridipingere le pareti. Come giudica quel mancato intervento?

«Gravissima cosa, sono d’accordo. È grave che i magistrati non abbiano fatto la perquisizione, loro che hanno competenza di farlo. E’ gravissimo e credo che debbano essere perseguiti. Io non avevo l’obbligo di fare la perquisizione, ho portato Riina in caserma e da quel momento la direzione e la responsabilità delle indagini è in capo alla Procura della Repubblica. Perché non abbiano fatto la perquisizione non lo so, certo è che io invece proposi il pedinamento sui fratelli Sansone al fine di disgregare gli assetti legati all’imprenditoria e alla politica a cui loro facevano parte nel nome di Riina. Quest’attività significa seguirli, non fare la scorta, dopo quindici giorni questo mi è stato impedito e mi è stato chiesto “perché non hai fatto la perquisizione?”, ma nessuno mi mai ha ordinato di farla».

di Antonio Casaccio

Tratto da Informare n° 188 Dicembre 2018

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