La favola sociale e sportiva della Tam Tam Basketball

La prima partita in casa della Tam Tam Basket - Photo credit Francesco Catalano

Massimo Antonelli: «Negare il gioco ai ragazzi è una malvagità»

 

La Tam Tam Basketball è una favola sociale e sportiva che ha restituito ad un gruppo di adolescenti nati in Italia da genitori africani il diritto al gioco, ciò che la politica ed un’incomprensibile sfaccettatura di regolamento federale stava provando a sottrargli. Massimo Antonelli, coach di questa squadra di pallacanestro cresciuta a suon di triple e pick and roll su un campetto pubblico di Castel Volturno, è tra i protagonisti di una battaglia che ha suscitato l’interesse dei media nazionali e delle istituzioni governative: lo ius soli sportivo. Dopo settimane di discussioni e tira e molla a distanza con la Federazione Italiana Pallacanestro, è arrivata la deroga della stessa FIP affinché il Tam Tam Basketball potesse prendere parte ai campionati ufficiali.

 

 

I ragazzi dalla pelle nera nati in questa lingua di terra maledetta sognano l’America dell’NBA e delle grandi star che volano a canestro. Intanto si divertono, ma soprattutto giocano, fattore non scontato fino a qualche settimana fa. Gli esordi degli under 13 e degli under 14, avvenuti presso il palazzetto dello sport di Castel Volturno lo scorso 18 novembre, sono stati entrambi vincenti. Due vittorie in una data storica per questi ragazzi che si sentono italiani, per lo sport e per una società che forse ha compreso l’importanza di una legge sulla cittadinanza che tuteli, perlomeno, il diritto al gioco ai più giovani.

 

Massimo Antonelli - Photo credit Carmine Colurcio
Massimo Antonelli – Photo credit Carmine Colurcio

 

Massimo, cosa ha rappresentato per te e per i ragazzi della Tam Tam Basketball la prima vittoria sul campo?
«Aver giocato è stata la prima vittoria sui diritti sportivi che dovevamo garantire ai nostri ragazzi. All’ultimo momento la Federazione ha capito che realtà esiste a Castel Volturno, entrando nelle coscienze di tutti, in primis di Petrucci, facendoci giocare in deroga; la seconda vittoria è stata di aver giocato sul campo con una squadra della FIP. I ragazzi erano emozionati, erano di una gioia infinita. La prima gara è stata una festa nella festa».

Come lo hai spiegato ai ragazzi che correvano il rischio di non poter partecipare al campionato?
«Non capivano perché non potessero partecipare. Loro si sentono italiani perché nati e cresciuti qui. La ius soli non la conoscono perché sanno la voglia e la felicità di giocare. Quando gliel’ho dovuto dire che correvamo questo rischio è stata una mazzata e non ci volevano credere ma hanno lottato con noi fino alla fine. Con la loro umanità e i loro sorrisi siamo riusciti ad ottenere un grandissimo risultato».

Quanto è importate lo ius soli nello sport e nella società civile?
«Lo ius soli sportivo è una garanzia. Non si può pensare di escludere uno dei pilastri, insieme alla famiglia e alla scuola, della formazione di un giovane, quale lo sport. Togliere uno di questi pilastri distruggiamo le fondamenta di questo uomo che si andrà a formare: creeremo dei 18enni futuri italiani non all’altezza di quelli che hanno l’opportunità di giocare. È stato un giusto riconoscimento a un diritto: il diritto al gioco. Togliere il gioco ai ragazzi è veramente una malvagità».

di Fabio Corsaro

Tratto da Informare n° 176 Dicembre 2017

About Fabio Corsaro

Ho 22 anni e da quasi 3 primavere sono giornalista pubblicista. Dirigo la splendida redazione di Informare, di cui faccio parte dai miei teneri 16 anni. Sono laureato presso l’Università di Salerno in Scienze della Comunicazione e, in virtù della specialistica, mi appresto a fare esperienze internazionali (non ricordatelo a mia mamma). Per il resto avanti con un detto che non muore mai... Per aspera ad astra!