Il neologismo coniato dallo stilista statunitense Oscar de la Renta, entrato da tempo nel linguaggio comune e che fa riferimento a coloro che seguono i dettami della moda in modo acritico e passivo, è diventato il titolo di un documentario sulle giovani donne impiegate nella filiera tessile indiana, le vere vittime del Fashion System.

Turni estenuanti, paghe miserevoli e privazione di ogni tipo di libertà: questa la quotidianità delle storie raccontate da Chiara Cattaneo e Alessandro Brasile. Le operaie, spesso provenienti da zone rurali, vivono e lavorano in condizioni che rasentano la schiavitù, anche se non riconducibili ad essa sotto il profilo strettamente giuridico.

La scrittura del progetto

Pur non essendo documentaristi, i due autori di Fashion victims hanno deciso di portare alla luce una realtà di cui si sa oggettivamente poco. “I sistemi di certificazione – raccontano – si concentrano o nella fase iniziale della filiera o su quella finale del confezionamento. Quello della filatura è un segmento complesso dal punto di vista logistico, che ci è sembrato interessante raccontare”. Infatti, sono state le ong di Tamil Nadu a chiedere loro di far conoscere la storia di queste giovani operaie.

La storia delle protagoniste

«In uno dei miei viaggi – racconta Alessandro Brasile, che in passato aveva già lavorato come fotografo con alcune organizzazioni – ho incontrato una ragazza che mi ha detto che dopo 4 anni la fabbrica non le pagavano nulla, svelandole che il suo lavoro era illegale, ma che, se lei avesse voluto, l’avrebbero assunta».

Infatti, le giovanissime apprendiste verrebbero assunte attraversi schemi di reclutamento, ricevendo il pagamento cumulativo di quanto guadagnato solo al termine del periodo stabilito. Si parla di cifre che vanno dai 500 agli 800 euro, ma che non sempre sono loro garantite. Invero, così come testimoniato anche da Save, una ong che ha contribuito alla realizzazione di Fashion victims, l’85% delle operaie non migliora affatto la propria condizione al termine del periodo lavorativo, ricevendo un salario inferiore rispetto a quello pattuito.

Ciò che è peggio però, è che, sia i broker che le famiglie locali sono a conoscenza di questa realtà. Il tacito consenso di questi ultimi è legato al sistema della dote, ancora in vigore in paesi come l’India. La consuetudine, infatti, vuole che, nel momento in cui una ragazza sia prossima al matrimonio, porti via dalla casa paterna oggetti utili alla sua figura di moglie. Essendo l’evento in questione molto costoso per le famiglie, capita che le donne debbano guadagnarsi la dote, finendo magari vittime di contesti lavorativi come quello delle filiere tessili di Tamil Nadu. Non a caso, infatti, il sistema di reclutamento è stato ironicamente denominato Sumangali, che si traduce come “sposa felice”. 

Il messaggio del documentario

Una zona grigia quella raccontata in Fashion victims, fatta di sfruttamento di lavoro minorile e di abusi sessuali, dove gli autori di questi soprusi agiscono indisturbati, beffeggiandosi della linea sottile che li separa dall’illegalità.

«L’intento del documentario – commentano i due autori – non è solo quello di denunciare lo sfruttamento dei lavoratori,ma di stimolare una riflessione più approfondita. Non sono gli indiani che sfruttano le operaie, me è il sistema del fast fashion».

Il film, presentato al 29° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, lascia lo spettatore con un interrogativo pungente “Se conoscessimo i nomi e le storie di chi ha fatto i nostri vestiti, cambierebbe il modo in cui li produciamo e indossiamo?”. Una domanda che, pur facendo leva sul moto di compassione che questa vicenda può suscitare, non scuote la coscienza di nessuno di noi, perché troppo occupati a voltare la faccia dall’altra parte, lì dove non ci sono operaie indiane da compatire.

di Carmelina D’Aniello

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