I reali costi e benefici dei farmaci oncologici 

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Antonio Giordano

L’immunoterapia oncologica viene anche definita terapia biologica o bioterapia.
Utilizza farmaci che funzionano attivando il sistema immunitario dei pazienti oncologici e lo stimola ad agire contro le cellule tumorali.

Oggi, l’immunoterapia rappresenta una delle branche più promettenti dell’oncologia. Non tutte le tecniche funzionano allo stesso modo con le diverse forme tumorali: alcune sono molto efficaci per certi tipi di cancro, e meno per altri.

Al momento, però, non possiamo dire che le terapie biologiche siano prive di conseguenze potenzialmente nocive.

Dal momento che queste terapie mirano al sistema immunitario e non al tumore in sé, le reazioni collaterali alla loro somministrazione dipendono da questa loro specificità e per la stessa ragione sono estremamente variabili da soggetto a soggetto.

Per intenderci, se un chemioterapico che uccide le cellule cancerose può colpire indiscriminatamente anche le cellule sane, determinando una debilitazione dell’organismo, una terapia immunologica ha effetti solo sul sistema immunitario perché lo potenzia, ma da questo potenziamento possono risultare effetti indesiderati.

Uno dei più pericolosi è che si sviluppi una forma di autoimmunità, ovvero che le cellule immunitarie inizino ad attaccare le cellule sane del corpo, proprio come accade nel caso di malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide o il lupus eritematoso sistematico.

L’immunoterapia è un’opzione che diventa in effetti sempre più concreta anno dopo anno, con alcuni risultati eclatanti.

Nel caso del melanoma avanzato, per esempio, dopo uno stallo durato decenni ora abbiamo circa il 20% di pazienti ancora vivi a 10 anni di distanza grazie a queste nuove cure. Tuttavia, sembra ancora presto per parlare di risposte valide per tutti.

Prima di essere introdotti in commercio i nuovi farmaci devono mostrare a seguito di studi randomizzati e controllati un favorevole rapporto costo/beneficio che, nel campo dei farmaci oncologici, è rappresentato da un effetto positivo sia per quanto riguarda la quantità che la qualità della vita.

Il primo studio statunitense, ad opera di Kim C e Prasad V, ha riscontrato che dal 2008 al 2012 la FDA ha approvato la maggior parte dei farmaci anticancro (67%, 36/54) senza evidenziare un miglioramento della sopravvivenza o della qualità della vita; solo cinque autorizzazioni (14%) hanno mostrato di migliorare la sopravvivenza rispetto a trattamenti esistenti o placebo.

Anche il secondo studio, quello degli autori britannici Davis C e Coll, ha preso in esame i risultati post-marketing ottenuti da 48 farmaci oncologici utilizzati per 68 indicazioni, approvati dal 2009 al 2013.

Dopo un periodo di post-marketing della durata mediana di 5,9 anni, è stato riscontrato beneficio per sopravvivenza e qualità della vita per appena 6 dei farmaci approvati.

Solo pochi mesi fa sulla prestigiosa rivista Lancet Oncology (Immunotherapy: hype and hope, 2018 luglio), un editoriale ha sollevato un avvertimento molto serio affermando che, sebbene ci sia una grande promessa nelle immunoterapie, non dobbiamo lasciare che l’eccitazione di tali trattamenti offuschi il loro potenziale danno.

Clinici, ricercatori e pazienti devono diffidare dell’iperbole associata a certi studi commercializzati professionalmente.

Durante il convegno dell’European Society for Medical Oncology (ESMO) hanno destato clamore i risultati di uno studio che ha messo a confronto la sopravvivenza globale per il Carcinoma Polmonare Non Microcitoma (Non-small-cell lung carcinoma – NSCLC) ottenuta con la chemioterapia rispetto all’immunoterapia con l’anticorpo Pembrolizumab; è stata riscontrata una sopravvivenza a 6 mesi dell’80,2% nei 154 soggetti trattati con Pembrolizumab mentre del 75.4% nei 151 soggetti trattati con chemioterapia.

Quindi, il loro beneficio è riscontrato, almeno per il polmone, solo in una piccola percentuale di neoplasie (4-10%).

Ciò, però, non significa che usiamo molecole che non funzionano. Tutt’ altro, i nuovi farmaci hanno portato a grandi risultati, anche se non si può parlare di farmaci senza parlare di costi, dato che i farmaci cosiddetti “innovativi” hanno costi altissimi per i sistemi sanitari, a fronte di un guadagno terapeutico ancora insoddisfacente.

Il problema è che queste molecole non funzionano in tutti i malati: allo stato attuale, infatti, non disponiamo di criteri specifici (fattori predittivi) per individuare i pazienti ideali che risponderanno a una specifica terapia.

Il cancro costa nel mondo più delle altre patologie, ma i farmaci oncologici giustificano solo il 4-5% dei miglioramenti complessivi dei risultati, con maggior controllo e cura per mezzo della chirurgia e della radioterapia.

I farmaci oncologici egualmente dominano, invece, l’attenzione dei media e della politica sanitaria che non risparmiano aggettivi altisonanti riferiti a quel farmaco, come “miracoloso” o “rivoluzionario”.

I farmaci dal costo eccessivo possono distogliere le risorse, riducendo la capacità dei diversi sistemi sanitari ad investire per altri servizi oncologici (es nella radioterapia o servizi diagnostici).

di Antonio Giordano, Direttore del S.H.R.O. di Philadelphia

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°194
GIUGNO 2019

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