Fabio Merlino: come trasformare la tragedia in una vittoria

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12 novembre 2003, data che ogni anno viene commemorata ricordando il tragico attentato di Nassiriya, dove l’Italia pagò un caro prezzo in numeri di militari e di civili uccisi. Esattamente 19 vittime, di cui 12 Carabinieri. Fabio aveva 13 anni e quella data non la dimenticherà mai più: tra i 12 Carabinieri della MSU (Multinational Specialized Unit) caduti sul campo, vi era anche il suo papà impiegato nella missione “Antica Babilonia”, avviata qualche mese prima. Nonostante la sua giovane età, il giorno dei funerali di Stato (18 novembre 2003 ndr.) sembrava già un uomo. Fabio quel giorno onorò suo padre indossando la stessa divisa e nessuno mai cancellerà l’immagine trasmessa in diretta di quel bambino nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, che dava l’ultimo saluto al suo papà, Maresciallo dell’Arma dei Carabinieri, Filippo Merlino.

informareonline-fabio-merlino-hokeyFabio oggi è un uomo e nonostante la sua malattia, atrofia muscolare spinale, è riuscito a coronare il suo sogno: fondare una squadra di wheelchair hockey (hockey su carrozzina elettrica ndr.), la Macron Warriors Viadana, che tutt’oggi partecipa al campionato di serie A1.

Chi è Fabio Merlino?

«Sono un ragazzo di 22 anni e nella vita ho dovuto affrontare tante sfide. Ho cercato sempre di trovare il lato positivo, ed è per questo che mi definisco un guerriero. Mi definisco anche un manager e uno sportivo di alto livello. Due anni fa ho inaugurato a Viadana (MN) un punto vendita della Macron e sono fondatore e capitano dei Warriors Viadana».

Chi era e chi è, oltre ad essere tuo papà, Filippo Merlino?

«Il mio eroe! Un Sottotenente dell’Arma dei Carabinieri che ha donato la propria vita per la sicurezza nazionale e internazionale. A Viadana, dove io abito e dove per anni papà ha diretto il Comando Stazione Carabinieri, lo ricordano tutti per ciò che ha fatto e che ha dato alla comunità».

Oggi che sei un uomo, come ricordi quel terribile giorno?

«Ricordo tutti i dettagli. Era un giorno come tutti gli altri. Quando tornai a casa da scuola mamma non accese la tv. Dopo pranzo, nuovamente a scuola, un compagno mi chiese se ero a conoscenza dell’attentato che c’era stato a Nassiriya. Verso le ore 17.00 tornai a casa e con mia madre ci mettemmo davanti alla tv per seguire l’evolversi della situazione. La chiamata di papà non arrivava e la mia preoccupazione aumentava, anche se continuavano a dirmi che papà stava bene. Verso le ore 19.00 mi portano nell’appartamento del Vice Comandante della Stazione e iniziai a preoccuparmi seriamente. Nell’appartamento dove mi trovavo entrarono mia nonna, mia madre e il Capitano, Comandante della Compagnia di Viadana, e lì purtroppo realizzai quello che mai avrei voluto realizzare, tanto da dire a loro: “dai, ditemi la verità, papà è morto”. Quel giorno e quelli successivi sono indelebili nella mia mente».

Come è nata la passione per la Wheelchair Hockey?

«È nata perché con papà tutte le domeniche ero allo stadio a seguire partite di calcio. Il mio sogno è stato quello di praticare uno sport e mettermi in gioco. Una domenica a Bologna, allo stadio, conobbi un gruppo di ragazzi di una squadra di wheelchair hockey. Papà vide nei miei occhi la felicità e mi promise che quando sarebbe tornato da Nassiriya mi avrebbe aiutato in questo sogno. Purtroppo papà non è più tornato, quindi ho iniziato da solo».

Cosa ti piacerebbe dire a chi come te vive questa terribile patologia?

«Fondamentalmente la patologia non deve essere un peso, non devi permetterle di avere il sopravvento, quindi tutti i giorni a 100 all’ora e combattere e vivere tutte le situazioni con il sorriso».

Che rapporto hai con tua madre?

«È una persona straordinaria. Nei momenti difficili se non ci fosse stata lei, con il suo carattere forte, forse ci saremmo trovati molto in difficoltà. La ringrazio perché, anche quando è venuto a mancare papà, lei non è stata ferma a guardarmi».

di Luigi Di Mauro
Tratto da Informare Magazine Gennaio 2019