Molti conosceranno la sua storia, la sua biografia, la sua musica.
Ma quando parli con Ezio Bosso ti accorgi che la sua personalità, la sua estrema sensibilità, quella imbarazzante semplicità e la forza che esprime anche stringendoti la mano con uno sguardo intenso ed incuriosito, ti comunicano la vera grandezza di questo artista internazionale.
Direttore d’orchestra, compositore, pianista, un uomo che ha trasformato la malattia in una straordinaria occasione professionale ed umana, espressa con la musica, dimostrando che non esistono limiti alla propria individualità.
L’occasione per incontrarlo si è avuta al Teatro Romano di Benevento, durante le prove del suo concerto che ha concluso il Festival del Cinema e della Televisione svoltosi nella città sannita.

Cosa vuoi dire quando affermi che “la musica è silenzio”?

«Intendo che la musica, per esistere, ha bisogno di silenzio. Quando siamo in silenzio la prima musica che sentiamo è quella della natura, quella del vento, degli alberi, delle foglie e degli uccelli. Quindi, il nostro silenzio crea la musica».

Tu hai un rapporto quasi “fisico” con gli strumenti musicali, ritieni che possa essere un valido aiuto per chi abbia una qualunque forma di sofferenza?

«L’accesso alla musica è un benessere generale. Il problema sono i “sani cronici”, quelli convinti di non aver bisogno di nulla, ma la musica è nata proprio per aiutare a stare meglio.
Ci sarà una ragione se la musica ci accompagna da quando abbiamo incominciato ad essere eretti, basti pensare che quando si sono incontrati in Spagna gli Homo Sapiens con i Neanderthal, per prima cosa hanno costruito gli strumenti insieme. È una lingua che mette d’accordo tutti e presuppone ciò di cui si ha più bisogno oggi: l’ascolto».

Che opinione hai oggi della musica? Ritieni che trasmetta ancora qualcosa o che sia più valida quella di un tempo?

«Io mi occupo di coccolare, prendermi cura e voler bene all’orchestra, a chi suona con me e ad ogni persona che l’ascolta.
La “vecchia” musica continua a far del bene ed è una necessità, la musica commerciale lo dice la stessa parola, è commercio…».

Sei intervenuto con un discorso al Parlamento Europeo; da europeista convinto, cosa ne pensi dell’ostilità diffusa proprio nei confronti dell’Europa?

«Io sono un musicista internazionalista per natura. Credo che abbiamo fatto un errore, quello di definirci prima Comunità Economica Europea. Un conto è questa, un conto è l’Europa, che è una dea meravigliosa di cui si innamorò Zeus che divenne prima un toro bianco e poi un’aquila. L’etimo di Europa vuol dire corpo ma anche occhio, guardarsi l’un l’altro.
Questa è la vera essenza dell’Europa, quella che non abbiamo inventato noi ma che definirono già i Romani. Come ho detto al Parlamento Europeo, le nostre identità unite fanno un’unica grande identità, la più bella che esiste e non possiamo essere antieuropei, lo trovo assurdo, sono duemila anni che siamo europei.
Io mi occupo di poesia e di unione di anime ed è la cosa che mi importa di più. Quando c’è la musica, come vedi, il problema di che lingua parli o da che Paese provieni non esiste più».

di Maurizio Flaminio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°197
SETTEMBRE 2019

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