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Expo 2030, la debacle di Roma è il segno di un futuro non sostenibile

Donato Di Stasio 29/11/2023
Updated 2023/11/29 at 2:58 PM
4 Minuti per la lettura

Non ci si aspettava certo una vittoria diretta al primo turno delle votazioni, forse una al ballottaggio nel secondo, e invece quella di Roma candidata all’Expo 2030 è stata una vera e propria debacle. L’Italia sognava di bissare l’edizione 2015 di Milano, ma la speranza è sfumata ieri e molto presto: Riyad ha vinto con 119 voti, seguita da Busan (29) e Roma, che ha ottenuto soltanto 17 preferenze. La giornata parigina ed i 182 delegati del Bie (Bureau International des Expositions), durante l’assemblea generale nel Palais des Congrès di Issy-les-Moulineaux, hanno dunque decretato che sarà la capitale dell’Arabia Saudita ad ospitare la 38esima edizione di uno degli eventi internazionali più attesi e acclamati. Un risultato amaro sia per gli italiani, sia per chi crede in un futuro sostenibile, visto che il progetto della capitale italiana è stato incentrato sulla sua storia, sul rispetto di qualsiasi tipo di diversità in termini religiosi e culturali ma soprattutto su inquinamento zero.

Expo 2030: il progetto sostenibile di Roma

Roma non si è presentata a Parigi con i favori dei pronostici: Riyad le è sempre stata un passo avanti, ma nessuno avrebbe mai immaginato una vittoria con più dei due terzi dei voti durante la prima tornata. A lasciare ancora più perplessi è il sorpasso di Busan, città portuale della Corea del Sud, nei confronti della capitale della penisola. Eppure il progetto italiano era a detta di tutti il migliore, almeno considerando il fattore ambiente, basato sulla rigenerazione urbana di Tor Vergata, in un mix tra sostenibilità, conoscenza, innovazione tecnologica e ricerca scientifica. Un programma che avrebbe previsto la realizzazione di diversi padiglioni, alcuni dei quali sarebbero poi stati smontati per essere riutilizzati altrove senza andare ad occupare nuovo suolo. Quelli permanenti, invece, avrebbero potuto essere messi a disposizione della stessa università del quadrante est di Roma, convertendoli in studentati, centri di ricerca o aule universitarie. Se la città avesse vinto, l’80% di quanto costruito sarebbe stato rimosso.

Quando la ricchezza batte la sostenibilità

La vittoria schiacciante di Riyad tra le candidate ad ospitare l’Expo 2030 è un déjà vu, uno scenario già visto nel passato recente, il quale conferma che chi possegga e investa più denaro sia sempre più quotato e avvantaggiato, anche se a farne le spese debbano essere delle idee o dei piani sostenibili. Giampiero Massolo, presidente del comitato promotore della candidatura di Roma, ha parlato di “deriva mercantile” e di “interesse immediato” durante l’organizzazione e l’assegnazione di eventi internazionali di così ampia portata e rilevanza, riferendosi alla maggiore acquolina in bocca che suscitano paesi che mettono in campo maggiori risorse economiche. È successo, per esempio, con la disputa e l’attribuzione dei mondiali di calcio 2022 al Qatar o con l’ultima edizione Expo a Dubai nel 2020, paesi sicuramente emergenti ma fortemente ancorati al vecchio modello di produzione e di ricchezza legata ai combustibili fossili. Occasioni ed eventi globali come l’Esposizione universale, le Olimpiadi o il campionato del mondo di calcio, fondati su valori etici, civici e sportivi, dovrebbero prendere la scia e seguire, almeno a livello di ideali, gli obiettivi della tanto agognata Agenda 2030. Il successo di Riyad è stato invece l’ennesimo caso della ricchezza che batte la sostenibilità.

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