Un palco spoglio, illuminato da un getto di luce calda e cavalcato da un solo attore che, modulando la voce e cambiando simbolicamente le vesti, interpreta i protagonisti dell’intreccio andato in scena all’Ex-Opg occupato di Napoli. “Dal sangue, dal fango, dalla merda, con la voce” è una rilettura a cura di Saverio di Giorno e Giorgia Scognamiglio, di alcuni testi del Premio Nobel per la letteratura, Dario Fo.

Uno spettacolo ambientato nel Medioevo che, attraverso il tema del Lavoro e del rapporto tra l’uomo e la terra, evidenzia i meccanismi sociali che regolano le gerarchie di una comunità. A condurre questa rivelazione epifanica è la figura ripresa dallo stesso Fo: il giullare. Artisti di strada che, espropriati delle proprie terre e costretti a migrare nelle città, andavano per le piazze d’Europa a divertire il pubblico popolare, di classe sociale più bassa, narrando le loro storie di soprusi.

La trama dello spettacolo: dal Medioevo al Contemporaneo

La storia messa in scena è quella della rivalsa di un contadino, vittima dei soprusi del padrone della valle. Privato della terra di cui si era appropriato e dell’onore della sua famiglia, il contadino, disperato, decide di uccidersi.

La motivazione per andare avanti viene ritrovata attraverso la volontà di raccontare la sua storia e quanto subito. Decide di incamminarsi alla ricerca di nuove terre, divertendo le piazze nelle sue nuovi vesti di giullare, ma le trappole e gli inganni in cui si imbatte, lo porteranno nuovamente a contatto con la disperazione.

Determinato a ritrovare la libertà, il contadino riesce a fuggire dalle prigioni – fisiche e non – in cui era stato rinchiuso, giungendo in Sicilia, terra che per molti oggi rappresenta un nuovo inizio.

Il teatro come antidoto all’individualismo

La sceneggiatura, liberamente ispirata ai testi di Dario Fo, viene brillantemente contaminata da elementi carichi di simbolismo. Dalle musiche della rumba cubana e della  tarantella, rispettivamente legate ai gesti dei lavoratori delle piantagioni del Sud America e dei cordai siciliani, alla lingua utilizzata.

I giullari, infatti, dovendo comunicare con il popolo, coniarono una lingua fatta di dialetti, suoni e vocaboli onomatopeici, che prese il nome di Grammelot. “Dal sangue, dal fango, dalla merda, con la voce”, dunque, con l’obiettivo di essere fruibile a tutti, sia italiani che stranieri, viene recitato in un linguaggio che associa parole ed espressioni d’italiano, francese e spagnolo.

«In un mondo massacrato e dilaniato dall’individualismo, ho voluto riportare in scena uno spettacolo che annullasse le barriere tra gli essere umani – ha dichiarato Saverio di Giorno al termine dello spettacolo – Io stesso, nell’interpretare i vari personaggi, ho annullato la mia identità».

La coralità del teatro di Dario Fo

L’intento dissacrante dell’operazione realizzata da Saverio di Giorno e Giorgia Scognamiglio, studenti della Federico ll, è quello di sdoganare la figura del giullare, creando un’immedesimazione dello spettatore all’interno del personaggio stesso.

La seconda parte dello spettacolo, infatti, si svolge in una modalità quasi coralica, prevedendo che siano le stesse persone della platea a salire sul palco, divenendo a loro volta giullari. Lo scopo è quello di creare una condivisione empatica delle storie di ognuno, dimostrando come attraverso l’incontro, si riporti al centro l’importanza di essere umani.

di Carmelina D’aniello
Ph: Gaetano Scognamiglio

Print Friendly, PDF & Email