Evasione fiscale, punizione esemplare. È questo il nuovo mantra o, per meglio dire, il nuovo tormentone sociale nonché giuridico che rimbomba nel Paese.

La nuova riforma economica di inasprimento delle sanzioni contro gli evasori è stata definita “una svolta epocale” dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Questi, infatti, insieme al leader del M5S, è uno dei maggiori sostenitori della pena carceraria per chi crea un danno all’erario dello Stato e che inevitabilmente si riverbera sui cittadini. Il tema si presenta complesso ma, provando a non cedere ai moralismi, proviamo a fare chiarezza. Innanzitutto è opportuno spiegare cosa si intende per evasione: solitamente con questo termine si fa riferimento ad una mancata dichiarazione al Fisco della ricchezza maturata sotto forma di reddito, dell’acquisto di un bene o servizio o di un aumento della situazione patrimoniale. È indice, quindi, di un comportamento illecito volto a violare le norme tributarie, diminuendo o persino ad eliminare il prelievo fiscale.

Sono svariati i modi in cui l’evasione può attuarsi.

L’evasione fiscale è messa in atto, ad esempio, dichiarando costi che seppur sostenuti, non fanno riferimento all’attività economica dichiarata da cui i ricavi vengono invece dedotti. È il classico caso dei costi sostenuti per mantenere un immobile usato, ad esempio come abitazione personale, ma di cui ne viene dichiarato l’utilizzo come ufficio per esercitare un’attività economica. Si verifica una violazione delle norme relative la deducibilità dei costi delle attività economiche, ma non si occulta la ricchezza dato che il soggetto effettivamente sostiene la spesa. Inoltre, in molti Paesi si sta diffondendo il fenomeno di “tax planning”, grazie a consulenti fiscali che offrono al contribuente competenze per interpretare e utilizzare le norme fiscali al fine di ridurre il più possibile il carico fiscale a cui il cliente è sottoposto. Così si crea l’elusione fiscale, termine che indica dei comportamenti di per sé leciti, ma finalizzati ad ottenere un risparmio fiscale.Quindi, si ha un rispetto esclusivamente formale delle norme ma molto lontano dalla loro effettiva sostanza.

Nel nuovo decreto fiscale, vincolato però ad una nuova formula che prevede l’entrata in vigore della legge solo dopo la conversione del Parlamento, si prevede un aumento delle pene per i reati tributari.

Sul tema della dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti, la reclusione passa da un minimo di 2 anni fino ad un massimo di 6 anni. La dichiarazione che sarà, invece, effettuata con documenti falsi o operazioni simulate per eludere i controlli, prevede un inasprimento della pena detentiva da un minimo di 3 anni ad un massimo di 8. Particolarmente discussa è la dichiarazione infedele, mezzo con il quale l’evasore aggiunge elementi attivi o ne sottrae di passivi, perché la soglia dai 150 mila euro è stata abbassata a 100 mila e la pena varia dai 2 ai 5 anni. Anche chi distrugge o occulta documenti contabili rischia dai 3 ai 7 anni; infine un abbassamento delle soglie minime di imposta annuale evasa ed è il caso di omesso versamento Iva che scende a 100 mila euro.

Appare evidente come si dia un taglio fortemente punitivo, ma veramente questa manovra rappresenta un novità assoluta e può effettivamente arginare fino a debellare totalmente questa malsana abitudine?

Questo è uno dei casi in cui si può dire “la legge c’è ma non si applica”, a seguito di un lungo processo legislativo iniziato con la legge 7 gennaio 1929, n.4 che ha rappresentato il primo tentativo organico da parte del Legislatore in materia di illecito tributario, sul versante penalistico e amministrativo, ed ha esercitato effetti fino al XX secolo.

La fine di questa evoluzione ha visto la promulgazione del d.lgs.74/2000, che ha determinato un significativo cambiamento concettuale che si riflette nella costruzione di un sistema penale tributario notevolmente diverso, ispirato al principio di offensività e di sussidiarietà della tutela penale. Da un lato si ha nuovo modello di tutela penale contro l’evasione, articolato in esigue fattispecie incriminatrici di natura delittuosa che non mirano a sanzionare i fatti prodromici all’evasione, ma che hanno ad oggetto la dichiarazione. Dall’altro, vengono introdotte soglie di punibilità e il dolo di evasione, idonei a selezionare i fatti realmente offensivi per gli interessi patrimoniali dell’Erario. Sotto il profilo sanzionatorio, i nuovi delitti, poiché caratterizzati da un disvalore particolarmente pregnante, vengono sanzionati con pene dotate di contenuto afflittivo notevole e di una concreta capacità deterrente. Quindi, in caso di dichiarazione infedele e cioè non fraudolenta ma con dolo, si prevede che l’imposta evasa supera i 150.000 euro, e se i redditi non dichiarati superano il 10% del totale o, in ogni caso, la soglia dei 3 milioni di euro, scatta il carcere da 1 a 3 anni. Si prevede il carcere anche per omessa dichiarazione, omesso versamento Iva, emissione di fatture false, distruzione di documenti fiscali con pene che vanno dai 18 mesi ai sei anni.

Insomma i provvedimenti ci sono, quindi dove si sostanzia il problema, e questa legge lo può eliminare?

La situazione in realtà si complica a causa delle lungaggini che occorrono per arrivare ad una sentenza in ambito tributario, la cui media è stimata attorno ad i 4 anni, un tempo idoneo per far sì che la stragrande maggioranza dei reati di questo tipo cada in prescrizione. I dati Istat hanno reso noto che ogni anno più o meno 3.000 italiani ricevono condanne per reati fiscali, ma solo pochissimi finiscono in carcere: nel 2014 sono stati aperti quasi 23mila processi tributari, mentre a sentenza definitiva sono arrivati solo 3.000 casi.

Per ciò che concerne il secondo quesito, numerosi sono stati i pareri di esperti del settore e di esperti in ambito giuridico. Il parere di Davigo, Presidente della II Sezione Penale presso la Corte Suprema di Cassazione e membro togato del Csm, pur scagliandosi contro chi mette in atto questi mezzi di evasione che danneggiano il bene comune, sostiene che in realtà questa manovra potrebbe comportare un maggiore di processi che non farebbe altro che rallentare, se non addirittura arenare, la finalità punitiva. Quindi la soluzione, a suo avviso, potrebbe essere la confisca dei beni come avviene per coloro che appartengono alle associazioni mafiose. Insomma una norma boomerang. Pensiero che viene condiviso anche da Ardita, consigliere togato del Csm, che si preoccupa della possibilità di un serio ingolfamento dei processi e che suggerisce la misura della confisca. Inoltre, c’è da sottolineare che si verrebbero a creare problemi tecnici perché la Costituzione prevede il principio della proporzionalità della pena e quindi, se il reato di rapina prevede una pena che va dai 4 ai 10 anni, gli evasori dovranno ricevere una pena inferiore ed è quindi molto difficile che un evasore finisca in carcere e si arriverebbe ad infliggere una delle misure alternative alla detenzione.

Nel resto del mondo la lotta all’evasione avviene diversamente.

Negli Stati Uniti, per esempio, esistono carceri riservate a chi evade in fisco e la condanna varia tra i 2 e i 3 anni, ma viene eseguita all’istante anche perché il 90% degli imputati si dichiara colpevole per evitare pene più dure, mentre in Italia si ha sempre la prospettiva della prescrizione. In Spagna, il contribuente beccato a frodare l’agenzia tributaria dovrà pagare ammende molto pesanti fino all’ultimo. In Germania, è l’estremo opposto: ci sono sanzioni pecuniarie per gli evasori e il carcere da 1 a 5 anni, che può arrivare ai 10 anni nei casi più gravi.
Infine, in Francia si prevede fino a 5 anni di carcere per i reati più gravi e multe fino a 500 mila euro.

È comunque triste notare che l’Italia primeggia in Europa per l’evasione fiscale e che forse, come sempre, bisognerebbe affiancare alle misure punitive anche quelle educative affinché il senso di comunità sia ben compreso e diffuso.

 

di Salvatore Sardella

 

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