Esport e Università: ecco la University League

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Tra giugno e luglio gli studenti delle Università Roma Tre, Federico II e Parthenope di Napoli si sono sfidati nella University League, una competizione giocata su FIFA 21 e Fortnite con in palio due borse di studio per i vincitori. L’iniziativa, unica nel suo genere in Italia, ha riscosso grande successo. Prima una serie di sfide tra gli studenti appartenenti allo stesso ateneo, poi lo scontro finale tra i campioni dei tre tornei nella cornice di Villa Doria d’Angri a Napoli. Ad organizzarla è stata 2Watch, startup che opera in ambito esport e gaming con sede a Napoli. Abbiamo parlato della competizione e del rapporto università/esport con Gianpiero Miele, co-fondatore di 2Watch.

Già da tempo negli Stati Uniti le Università sono coinvolte nel mondo dei videogiochi competitivi, in Italia invece si tratta di un’assoluta novità. Come è stato rapportarsi con queste realtà?

«Le Università coinvolte hanno compreso sin da subito la bontà del progetto. In primis per l’importanza del rendimento accademico all’interno della competizione, visto che la media universitaria influiva sulla classifica del torneo. Avere delle capacità nei videogiochi, dunque, non è stato l’unico fattore determinante per arrivare alla vittoria e questo ha entusiasmato le Università. Molto spesso i videogiochi vengono visti come una distrazione e parlarne all’interno delle università è quasi un tabù, ma per nostra fortuna i tre atenei coinvolti si sono dimostrati attenti agli interessi degli studenti e si sono fatte promotrici del format».

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C’è stato grande entusiasmo anche da parte degli studenti, esaltati dalla possibilità di ottenere una borsa di studio e dall’adesione della propria Università ad un’iniziativa così innovativa. Vi aspettavate questo riscontro?

«Ci aspettavamo una buona risposta, ma siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla loro intraprendenza. A stimolarli è stata la possibilità di fare qualcosa che non avevano mai fatto e la voglia di mettersi in gioco con i propri colleghi: diversi studenti, seppur non amanti dei videogiochi, hanno deciso di partecipare lo stesso per divertirsi con i propri compagni e tentare di ottenere la borsa di studio. Dietro questi due mesi di torneo c’è stato tanto lavoro, con circa sei mesi di preparazione nei quali ci siamo impegnati a far capire le potenzialità del progetto».

Credi che questo tipo di iniziative possano contribuire a far cambiare la percezione che si ha dei videogiochi e degli esports?

«Quello videoludico è un settore molto sottovalutato dalle istituzioni: si tratta di un mercato da oltre 175 miliardi a livello globale, che cresce giorno dopo giorno e che non ha risentito di flessioni negative durante la pandemia. È qualcosa che può essere messo a disposizione degli studenti, anche per la propria carriera lavorativa futura. Dal legale, al commerciale, al marketing, sono tutte figure professionali che si formano all’interno delle università. Spesso rettori, professori e studenti stessi vedono i videogiochi solo come un divertimento, quando in realtà c’è la possibilità di trovare un impiego all’interno di questa industria. E cosa c’è di meglio di fare di ciò che si ama un lavoro?».

di Marco Polli

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°221 – SETTEMBRE 2021

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