Esisto di nuovo – La storia di Suleman

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A Suleman il sonno lo tolgono i nuovi decreti sicurezza che cancellano in un sol colpo tutto ciò che è riuscito a conquistare fino a quel momento

Oggi Suleman ha gli occhi stanchi ma meno tristi. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha appena firmato il nuovo decreto Immigrazione.
Un provvedimento che mette fine a due anni di paura e incertezze. Due anni vissuti come in un limbo. Una terra di mezzo nella quale sono stati confinati lui, la sua famiglia e altri 140mila stranieri ai quali, per effetto dei decreti sicurezza emanati nel 2018, era stato negato il rinnovo del permesso per motivi umanitari.
“Aye Adze”, che nella lingua Twi significa ‘ben fatto’, è il primo commento di questo giovane ghanese che in Italia vive ormai da dodici anni. Nel Bel Paese è sbarcato infatti nel 2008 dopo un rocambolesco viaggio che lo ha visto attraversare il Burkina Faso e il deserto del Niger, dove viene picchiato e rapinato. Poi l’arrivo in Libia, dove resta bloccato sei mesi prima di poter raggiungere le coste italiane a bordo di un gommone insieme ad altre quarantasette persone. Dapprima Lampedusa, poi Porto Empedocle infine Castel Volturno.
In provincia di Caserta, Suleman viene accolto da alcuni connazionali, inizia a frequentare le Kalifoo ground (così erano chiamate le piazze degli schiavi in Libia e così sono state ribattezzate le rotonde sulla Domitiana) perché sa che sono l’unico posto dove un clandestino come lui può trovare una “fatica”, come ripetono spesso i caporali. Suleman è forte, ha le spalle larghe, parla poco. E lavora tanto.

Quasi sempre come muratore. Nel 2012 può finalmente iniziare la lunga trafila burocratica per ottenere il permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Ci riesce nel settembre del 2015. Sei mesi dopo, firma il suo primo contratto di lavoro a tempo indeterminato con un’azienda edile di Quarto nel Napoletano. Ora ha anche una casa vera e un regolare contratto di fitto. Sembra avercela fatta. Prende coraggio.
Durante la preghiera del venerdì nella moschea di Destra Volturno, che frequenta regolarmente, confida ad un amico di essere fiducioso. Sta mettendo da parte dei risparmi. Il suo sogno è quello di portare in Italia anche la sua famiglia che è rimasta a Sunyani, in Ghana. Ma come recita un antico adagio africano: “Non ci può essere sogno dove non c’è sonno”.
E a Suleman il sonno lo tolgono i nuovi decreti sicurezza che nel frattempo sono stati emanati in Italia e che cancellano in un sol colpo tutto ciò che è riuscito a conquistare fino a quel momento.
I requisiti per ottenere il rinnovo della protezione umanitaria sono diventati infatti più rigidi e così la sua richiesta, presentata nel settembre del 2018, resta senza risposta, malgrado i numerosi solleciti, fino al 7 ottobre del 2020 quando viene ufficialmente rigettata. In questi ventiquattro mesi Suleman perde prima il lavoro, poi la casa. Senza il rilascio del permesso, diventa impossibile infatti rinnovare i contratti e onorare gli impegni. Torna quindi ad essere a tutti gli effetti un clandestino e rischia di essere espulso dal Paese.
“Perdere i diritti, significa perdere anche la propria dignità”, sembra mormorare tra sé e sé, mentre scruta quei fogli – ai suoi occhi illeggibili e privi di senso – che gli mostra l’avvocato Marco Proto che lo affiancherà nella presentazione del ricorso giudiziario.
L’idea è infatti quella di impugnare il rigetto anche alla luce di quanto previsto dalle nuove leggi. Una storia, quella del giovane ghanese, che solo nell’area di Castel Volturno, è comune ad almeno altre duemila persone.

Questo almeno è il dato registrato dallo sportello immigrazione del centro sociale ex Canapificio:
«Il nuovo decreto – spiega Giampaolo Mosca, operatore legale dello sportello – non solo reintroduce la protezione umanitaria (oggi definita protezione speciale) che era stata cancellata dai decreti sicurezza ma fa anche sì che questi permessi di soggiorno siano convertibili in permessi di lavoro. Inoltre i requisiti per ottenere la protezione speciale non saranno più legati soltanto ai rischi corsi nel Paese di origine ma anche al percorso svolto dallo straniero in Italia con riferimento alla formazione, all’alfabetizzazione, alle attività sociali.
Torna quindi ad essere premiata l’inclusione che, a nostro avviso, è la vera sicurezza».

di Daniela Volpecina

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°211
NOVEMBRE 2020

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