“Escher – Journey into Infinity”: dentro l’arte di M. C. Escher

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Il 10 ottobre è stato proiettato in antprima al Teatro Augusteo di Napoli, nell’ambito della rassegna “Artecinema” (24°edizione), il film documentario “Escher – Journey into Infinity”, diretto dal regista olandese Robin Lutz.

Alla proiezione erano presenti lo stesso Lutz e la sceneggiatrice del film nonché storica dell’arte Marijnke de Jong, entrambi intervistati in apertura dalla curatrice di “Artecinema” Laura Trisorio.

I due autori della pellicola hanno in primo luogo sottolineato la difficoltà avuta a rapportarsi con un artista la cui opera è così famosa e tuttora molto influente, per cui hanno dichiarato che il documentario è servito a far conoscere la persona celata alle spalle dei suoi capolavori.

La ricostruzione della sua personalità è stata condotta, come hanno anticipato gli stessi autori, attingendo alle parole di Escher stesso, attraverso un lavoro di rielaborazione delle sue lettere. È, quindi, la sua voce a guidarci lungo il racconto, anche per rispettare la precisa volontà dell’artista, che in una lettera del 1968 scrisse che: “l’unico che potrà fare un film sulla mia vita sarò io stesso”.

Il documentario segue lo sviluppo cronologico della biografia di Escher, sottolineando alcuni eventi che hanno inciso in maniera decisiva nello sviluppo della sua concezione artistica. Molto suggestiva, ad esempio, la narrazione della sua visita all’Alhambra di Granada e delle sue maioliche, i cui motivi furono ripresi nelle illustrazioni escheriane, inseriti questa volta in un rigido sistema.

La concezione di “sistema” ritorna spesso ed è uno dei maggiori punti di contatto delle sue opere con quelle del compositore tedesco Johann Sebastian Bach, che fu capace, secondo Escher, di produrre una quantità di motivi – i celeberrimi “canoni” – ripetibili potenzialmente all’Infinito.

È proprio nell’anelito schematico all’Infinito che si congiungono tra arte e matematica, il cui confronto dialettico è ricorrente nella vita di Escher e ben evidenziato nel film: sono frequenti, infatti, da parte del narratore, parole che esprimono la sua profonda solitudine, dovuta soprattutto a un successo mai pienamente riconosciuto in ambito artistico (in un primo momento fu, infatti, apprezzato quasi esclusivamente da un gruppo di cristallografi americani) e alla sua precaria situazione familiare, testimoniata dalle interviste al figlio stesso di Escher, Jan.

Dal punto di vista strettamente registico, il film riesce a far acquisire alle illustrazioni dell’artista olandese una inaspettata terza dimensione, attraverso il ricorso a molte animazioni in computer grafica che moltiplicano le opere stesse, suggerendo la loro potenzialità infinita, con un grande effetto di meraviglia.

Suscitare meraviglia nello spettatore, del resto, era, per sua propria ammissione, uno degli obiettivi principali della ricerca artistica di Escher, alla quale, come viene sottolineato nel finale del documentario, non furono indifferenti i musicisti negli anni ‘60 e ‘70, che contribuirono a farlo conoscere al pubblico di massa: curioso è, a questo proposito, un aneddoto raccontato, secondo cui Mick Jagger, celebre frontman dei Rolling Stones, chiese a Escher, ricevendo tuttavia un cortese rifiuto, di disegnare una copertina di un loro album.

L’operazione di Lutz è risultata ben riuscita, come dimostra il lungo applauso tributatogli alla fine della proiezione dal numeroso pubblico presente in sala. Il regista olandese è stato capace di far immergere lo spettatore dentro le opere di Escher, di accompagnarlo con successo in “viaggio all’interno dell’Infinito”.

di Matteo Biccari

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