Ergastolo e dignità dei detenuti

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Fine pena: 31/12/9999. Questa la dicitura che ha sostituito il tradizionale “fine pena: mai” che indicava la condanna al carcere a vita.

La forma, però, non cambia la sostanza, presentando ugualmente agli occhi del detenuto la pena come definitiva e irrevocabile. A riaccendere il dibattito sull’argomento sono state la Corte europea dei diritti umani e la Corte Costituzionale; la prima ha dichiarato l’ergastolo un trattamento crudele, inumano e degradante, contrario ai più basilari princìpi dei diritti umani, mentre la seconda ha dichiarato incostituzionale la mancata concessione dei permessi premio a chi non collabora con la giustizia.  Si è espresso a riguardo anche papa Francesco, che in un recente discorso al Vaticano ha definito l’ergastolo “una pena di morte nascosta”.

Il tema ha coinvolto anche Amnesty Interational, ONG impegnata nella difesa dei diritti umani che ha organizzato a Roma il suo primo evento pubblico contro l’ergastolo e le condizioni dei carcerati. L’incontro verte sulla necessità di ribaltare la concezione di carcere come sistema punitivo. Infatti, se già Beccaria nel ‘700 era arrivato alla conclusione che la pena dovesse porsi uno scopo rieducativo, il nostro sistema penitenziario sembra ancora lontano dal rispettare questo principio di base. L’ergastolo nello specifico, spiegano i membri di Amnesty, nega la possibilità del reinserimento nella società, cosa che dovrebbe costituire lo scopo primario della reclusione.

In questa occasione abbiamo potuto approfondire l’argomento con Beppe Battaglia, che ci parla della sua esperienza in carcere prima come detenuto, scontando 20 anni per lotta armata, e successivamente come volontario penitenziario, attività che ancora svolge.

A lui abbiamo domandato da dove si debba partire per riformare il sistema carcerario affinché possa realmente svolgere il compito di rieducare.

«Quando parliamo di rieducazione dobbiamo necessariamente chiederci chi rieduca chi. La polizia penitenziaria ha una formazione militare, pensare che sia in grado di educare qualcuno è una presunzione» – premette Battaglia – «Il carcere non può essere riformato, presume l’annientamento delle persone al suo interno» afferma citando il testo “Abolire il carcere” di Manconi, Anastasia, Calderone e Resta. Il saggio, infatti, paragonando per disumanità le condizioni carcerarie a quelle dei manicomi, ne suggerisce l’abolizione esattamente come avvenuto per questi ultimi. «Questo non vuol dire che le carceri vadano chiuse domani, ma si deve andare verso l’estinzione, riducendo gradualmente il numero dei reclusi. In Italia su 61.000 detenuti forse un migliaio ha motivo reale per stare in carcere. Gli altri potrebbero uscire, venire controllati in modo diverso, con costi più bassi e maggiore efficacia». Ad affollare maggiormente le carceri, infatti, sono un gran numero di tossicodipendenti, immigrati, che scontano una pena a causa dell’incapacità dello Stato di affrontare le problematiche sociali che li riguardano, finendo dunque in quella che Battaglia definisce spesso una “discarica sociale”.

Un esempio virtuoso di dimensione penitenziaria sono ad esempio gli I.C.A.T.T., Istituti a Custodia Attenuata per il Trattamento dei Tossicodipendenti, a cui hanno accesso anche detenuti condannati per altri reati, purché nonviolenti.

Questi istituti sono caratterizzati da un numero massimo di 50 ospiti, seguiti da un’equipe di psicologi, educatori, medici e personale carcerario, che rimane per loro un punto di riferimento anche durante il reinserimento in società, preceduto da un processo di preparazione che li aiuti alla ricerca di un impiego. Queste condizioni, assieme alla possibilità di mantenere maggiormente i rapporti con i familiari, fanno diminuire in questi centri il tasso della recidiva da più del 70% a meno del 30%.

Tutte queste condizioni non esistono negli istituiti tradizionali, dove la violazione dei diritti umani e costituzionali è all’ordine del giorno. La negazione dell’affettività e dei rapporti con i familiari, ci spiega Battaglia, è una delle pene che pesa di più sui detenuti. Un altro diritto negato, sostiene, consiste nella perdita dell’identità. «Il detenuto una volta entrato in carcere smette di essere responsabile delle proprie azioni, deve solo ubbidire» afferma. Tutto questo si aggiunge alle tante violazioni dal punto di vista fisico che, come ci confermano molti casi di cronaca.

L’incontro con Battaglia si è concluso con la presentazione del suo ultimo libro, “Le tre libertà”, che racconta di un’evasione di cui lui stesso è stato tra i protagonisti. Nel testo presenta appunto tre tipologie di libertà: quella comprata, quella concessa, che si ottiene scendendo a patti e accettando compromessi, e quella conquistata con i propri sforzi e attraverso un processo di crescita. Quest’ultima è l’unica libertà reale e il carcere dovrebbe consentire ad ogni suo detenuto, qualsiasi reato abbia commesso, di provare a raggiungerla.

 

di Marianna Donadio

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