Erdogan esce dalla Convenzione d’Istanbul, cosa dice l’Europa?

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Erdogan firma l’uscita di Ankara dalla Convenzione d’Istanbul del 2011, nello sgomento generale delle donne turche. In concomitanza con tale evento, il leader non ha perso occasione per specificare i valori fondanti del Paese. Ha sottolineato la netta differenza fra “le comunità LGBTQ e il nostro popolo, i nostri valori”. Determinate prese di posizione non sconvolgono l’opinione pubblica, date le recenti uscite di Erdogan; il caso vuole che nell’ultimo anno si è assistito, tanto per citarne un paio, alla riconversione di Hagia Sophia, alla questione universitaria fino ad arrivare alla complessa tematica della tutela dei diritti delle donne.

Nel frattempo, l’OMS ha rilasciato dati sconcertanti sulla violenza di genere in Turchia: nello scorso anno si sono registrati oltre 300 femminicidi, 78 nel 2021 e più di 200 donne sono morte in circostanze non chiare, il 38% di esse è stato vittima di violenza. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, invece, ha reso note le statistiche sul numero di sentenze in cui è stata identificata almeno una violazione dei diritti umani nel 2020. L’amara classifica vede al primo posto la Russia con ben 173 sentenze, mentre al secondo c’è proprio la Turchia con 85 sentenze, subito prima dell’Ucraina.

Tornando alla politica turca, l’ottica fondamentalista che attanaglia questo paese è ormai da definirsi ridondante, nonostante si stia scontrando con l’ascesa occidentale dei diritti di genere. I dati sopra elencati fanno discutere, riflettere e soprattutto fungono da campanello d’allarme. Tuttavia la sola entità capace di dire la sua nella lotta intestina turca fra oppressori e oppressi dovrebbe essere proprio l’Unione Europea.

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Subito dopo l’ufficialità della notizia, è arrivato, senza farsi aspettare troppo, il tweet della presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen: Violence against women is not tolerable. Women deserve a strong legal framework to protect them. I support the #IstambulConvention and call on all signatories to ratify it.
Nessun confronto diretto, tutto si è limitato a poche righe social che, stando alle intenzioni della donna tedesca, pare siano sufficienti a prendere astrattamente le distanze dagli atti del governo del sultano. D’altronde anche questa, ahinoi, è storia vecchia e risaputa, basti pensare ai recenti conflitti nel Kurdistan siriano, quando l’Unione restò inerme davanti alla ritirata delle truppe americane da parte di Trump.
Nel tentativo di capire qualcosa in più sulla mossa di Erdogan tesa a ritirare Ankara dalla Convenzione, Il Riformista ha scritto all’ambasciatore turco in Italia, Murat Salim Esenlì, chiedendo di ricevere una delegazione socialista per poter ribadire che i valori della libertà e della democrazia non si possono sacrificare, il rappresentante del governo turco ha risposto con una lettera riservata – ignorando la richiesta d’incontro – dove scriveva che «i diritti delle donne sono garantiti nella legislazione nazionale della Turchia con norme tra le più avanzate» e che «il ritiro della Turchia dalla Convenzione non deve essere interpretato come un passo indietro nella lotta alla violenza sulle donne». Aggiungendo, poi, che «alcuni elementi nel contenuto della Convenzione e varie pratiche hanno creato sensibilità nell’opinione pubblica e causato critiche in Turchia».

La riflessione sul bassissimo livello d’influenza dei diplomatici come Salim nei confronti delle estrinsecazioni autoritarie della Turchia lasciano più di qualche perplessità. Il discorso dell’ambasciatore è nettamente antitetico a quello che, come già evidenziato in principio, è stato detto da Erdogan sulla Convenzione. Premesso che la legislazione nazionale garantisca i diritti delle donne, come mai il sultano ha così tanta paura della minaccia omosessuale all’interno degli obiettivi della Convenzione? La risposta di sicuro non è scontata, all’interno di essa si potrebbero trovare ragioni di tipo sociale e anche diverse antipatie verso sistemi comunitari i quali da sempre gli hanno chiuso porte in faccia che andrebbero oltre il mero dato sociologico.

Poi se si citano nello stesso periodo UE e Turchia non si può escludere il dato riguardante la politica migratoria dell’Unione; la cosiddetta bomba a orologeria riguardo il flusso di migranti che ha in mano il leader turco, checché se ne dica, continua a essere motivo di mancanza di volontà ad agire per fini comunitari da parte dei governi degli stati membri.

In conclusione, ritornando agli stringenti fatti di cronaca, non sono mancate le proteste, con le organizzazioni femministe che hanno organizzato numerosi sit-in e manifestazioni che sembrano essere permanenti. Migliaia di persone hanno sfilato per le strade d’Istanbul, con mobilitazioni più importanti in quel di Kadikoy, contesto laico sulla sponda asiatica della città.

In maniera congiunta, le proteste sono arrivate a toccare soggetti al di fuori della Turchia, con una delegazione di europarlamentari del Partito Democratico, come Pina Picierno, che nella giornata di Martedì 23 marzo è arrivata all’ambasciata turca di Bruxelles per ribadire intransigenza difronte alla messa in pericolo dei diritti delle donne.

In questo mare di conflitti, contraddizioni e di voci di strada strozzate dall’autoritarismo di Erdogan, resta nelle mani dei media internazionali l’unica reazione istituzionale dell’Europa, ricollegabile al tweet di due righe della presidente della Commissione tedesca. Spiazzante.

di Matteo Giacca

 

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