Ercolano: la materia della vita

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Ercolano: la materia della vita

Il Parco archeologico di Ercolano è uno dei tesori più importanti della Campania. Immerso nel cuore della città, con una vista mozzafiato sulla costa sorrentina, tra mare ed archeologia, si apre uno dei siti che racchiude secoli di storia, partendo dall’Antica Roma, passando dai Borbone e arrivando ai nostri giorni.

Ad oggi, il Parco archeologico di Ercolano è un punto di riferimento non solo per i ritrovamenti, ma perle molteplici iniziative promosse dal Direttore Francesco Sirano e dal suo team di specialisti, volti a valorizzare ogni ricchezza, tra gli esempi lampanti: la riapertura del Teatro Antico, le aperture serali e i progetti dall’alto livello culturale come Gli Ozi di Ercole.

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Ne abbiamo parlato con il Direttore, facendo luce anche sulla situazione “scavi abusivi”. Seppur una scarsa presenza nel territorio di Ercolano, l’esperienza di Francesco Sirano è ampia: prima di approdare come Direttore al Parco Archeologico di Ercolano, ricopriva il ruolo di Archeologo Responsabile dell’alto casertano. Teano, Carinola, Presenzano, Mondragone: un territorio che ancora attende di essere attenzionato.

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Lei ha una grande esperienza nel mondo dell’archeologia campana. Per quanto riguarda la questione “scavi abusivi”, che situazione ha riscontrato ad Ercolano?

«Ad Ercolano non abbiamo notizia di scavi abusivi. Questo per molteplici motivi. In primo luogo, è tutto molto più difficile da realizzare: la coltre che copre i livelli antichi varia dai 12 ai 26 metri di profondità. Inoltre, c’è stato un flusso piroclastico che, attualmente è come tufo, quindi difficile da scavare. In secondo luogo, la presenza dei Borbone ha influito molto perché hanno raso tutto al suolo, lasciando poco o nulla, probabilmente solo i muri. In terzo luogo, scavando potrebbero venirsi a creare problemi statici alle case circostanti. Essendo il Parco Archeologico di Ercolano presente nel cuore della città, i clandestini dovrebbero stare molto più attenti nel non creare un crollo senza precedenti».

Dalla sua esperienza nel casertano, qual è la situazione?

«Lì, purtroppo, è una zona martoriata da questo fenomeno. Teano, Carinola, Mondragone, Presenzano, lì sono stati effettuati moltissimi scavi abusivi: o arrivavamo prima noi o arrivavano i tombaroli, era una corsa contro il tempo. Erano molto organizzati, a tal punto chele indagini han-no dimostrato che la camorra gestiva alcuni di questi scavi, utilizzandogli operai dei cantieri edili che, nel weekend, svolgevano questo tipo di attività. A malincuore posso dire che continua ancora oggi, non si è mai fermata.

È uno sforzo enorme valorizzare ed attenzionare questi luoghi del casertano. Ed è davvero un peccato perché bisogna abituare le persone alla bellezza. Bisogna investire e sperare che la classe politica locale dia peso alla costruzione del consenso pubblico attraverso questi investi-menti che risulteranno utili per il futuro, sotto molti punti di vista. Non solo per il turismo, ma anche per la qualità della vita degli abitanti che diventeranno consapevoli cittadini del domani. Sono posti che meritano per la loro eccezionalità».

Parlando di valorizzazione: di recente avete riaperto un importante sito archeologico agli Scavi di Ercolano: il Teatro Antico. Qual è il flusso che state riscontrando e che programma state seguendo?

«Abbiamo messo in atto un programma speciale per riaprire il teatro, con visite guidate ogni sabato. Il 25 giugno è stata l’ultima visita, seguirà una piccola pausa estiva e riprenderemo a settembre fino alla fine dell’anno. Questo perché abbiamo pochi custodi che sono impegnati per le aperture serali. Se ne arriveranno di nuovi, avremo piacere di aprire il teatro anche nei mesi estivi e per più giorni durante la settimana. È un problema molto rilevante quello della carenza del personale».

Ci sono nuove mostre in programma?

«Ricollegandoci al discorso “La vita materiale” che affrontiamo nella rassegna degli Ozi di Ercole, abbiamo in programma una mostra sui legni del Parco archeologico di Ercolano. È un’esposizione che stiamo preparando da molto tempo e, finalmente, siamo vicini all’inaugurazione. Stiamo alle-stendo l’interno della Reggia di Portici: abbiamo scelto questo luogo per dimostrare le sinergie e l’azione sul territorio. Non abbiamo una concezione proprietaria di questi materiali, dunque abbiamo scelto la Reggia per promuovere e mettere alla luce un monumento di grande spessore».

Gli Ozi di Ercole: una rassegna di dialoghi che riguardano il sapere. Qual è l’impegno del parco? Quale sinergia avete messo in atto?

«L’impegno del Parco è totale. Decidiamo i temi da trattare di anno in anno in base alle esigenze che riteniamo giusto mettere in luce. Abbiamola fortuna di avere la collaborazione del Prof. Gennaro Carillo, con cui siamo subito entrati in sintonia, e che ha la capacità di tradurre queste idee in qualcosa di concreto.

Puntando a rompere le barriere disciplinari, cercando di far risuonare queste tematiche in maniera più forte all’interno di luoghi che hanno una storia così antica, una capacità di evocazione e di facilitare la concentrazione di chi segue questi piacevoli racconti. Quello che ascoltiamo nella palestra delle terme centrali di Ercolano, non avrebbero lo stesso effetto se raccontate all’interno di un’aula universitaria. Sono cose create ad hoc con dei relatori che non riciclano, se non la propria conoscenza e quello che sono riusciti a creare in tanti anni di studio e approfondimento».

A proposito di materia, come questo tema entra in relazione con l’immensità del Parco?

«La materia ha due aspetti: materiale e immateriale. Sembra un assurdo, ma si gioca intorno alla parola. “Materia” costituisce quello che noi vediamo intorno. La materia organica che ci interroga non solo dal punto di vista archeologico e della conservazione, come nel caso del legno, ma anche sugli aspetti immateriali legati alla digressione filosofico-scientifica. Tutti relatori sono estremamente liberi, non si lasciano dominare dalla forza dei luoghi, ma ne approfittano per muoversi nel tempo e nello spazio. Tutto questo porta a degli spunti di riflessione che ci permettono di allargare gli orizzonti».

“Gli Ozi di Ercole” è una rassegna di dialoghi promossa dal Parco Archeologico di Ercolano, in collaborazione con il Direttore artistico Professor Gennaro Carillo. Dopo il grande successo dello scorso anno, ritorna questa serie di incontri, realizzati all’interno degli scavi, volti all’abbattere la concezione della divisione umanistico-scientifica e a promuovere l’idea di sapere unico.

A partire da maggio fino a dicembre, partendo dal concetto di “materiale della vita” per arrivare alla “vita materiale”, con tematiche raccontate da professionisti dall’elevata sensibilità e forte potenza scenica. Lo scorso mese si è tenuto uno degli incontri della rassegna: “Materia” con Sonia Bergamasco, attrice e regista, e Telmo Pievani, filosofo ed evoluzionista. Ne abbiamo parlato con i due protagonisti ed il Direttore artistico Carillo per capire le origini di quest’iniziativa e gli spunti di riflessione che auspica di generare.

IL DIRETTORE ARTISTICO PROF. GENNARO CARILLO

Una rassegna culturale che abbatte gli stereotipi della cultura divisa in categoria, ma vede il sapere come unione di forme diverse. Com’è nata l’idea?

«Da un’idea semplice: la cultura, nonostante le sue molteplici articola-zioni, è una. È soltanto una follia contemporanea pretendere di innalzare barriere insormontabili tra i vari specialisti. L’idea che presiede questo ciclo è l’unità della cultura che sappia appiattire la divisione tra la cultura umanistica e scientifica, recuperando un’idea antica, una tradizione italiana, in cui i grandi filosofi furono anche grandi architetti o poeti, ad esempio Leon Battista Alberti. Nel rispetto degli specialismi, saltare a piè pari ogni distinzione».

Il tema di questo ciclo di incontri è “la vita materiale”. Perché questa scelta?

«In primo luogo, per una motivazione tecnica poiché da settembre partirà una mostra sui legni del Parco Archeologico di Ercolano, dal titolo “Materia: il legno che non bruciò ad Ercolano”. Dunque, riflettiamo sugli aspetti della vita materiale che interessano la dimensione corporale, passionale, carnale, dell’esistenza che ha un enorme valore culturale.

Feuerbach diceva che “l’uomo è ciò che mangia”: non è affatto irrilevante che cosa facciamo, cosa compriamo o le merci che devono essere valutate non come cosa in sé, ma anche con il forte valore emotivo intrinseco. Questo è il filo rosso che collega tutto il ciclo. La vita materiale è importante, non si può pensare che soltanto la vita spirituale abbia valore culturale: non c’è nulla di più spirituale della materia e nulla di più corporale dello spirito. Anche in questo caso, bisogna superare i dualismi».

Come il concetto di “materia” interagisce coi nostri giorni? Qual è lo spunto di riflessione?

«L’obiettivo di questo piccolo progetto è quello di accrescere la consapevolezza pubblica della cultura, di far venire voglia di porsi delle domande e affrontare problemi: aprire lo sguardo sui mondi. Bisogna capire che siamo materia, siamo fatti e siamo parte di essa, parte della natura. Il terzo dualismo da superare è quello uomo-natura poiché è folle pensare che l’uomo sia altro rispetto alla natura e non parte di essa.

È un pregiudizio delirante, scientificamente infondato, ed è all’origine della continua violenza che usiamo, ignorando di usarla contro noi stessi. Quando si distrugge una foresta, questo procura un vantaggio economico; se la conservassimo, ne produrremmo un vantaggio economico di venti volte superiore. È importante aumentare questa consapevolezza perché siamo superficiali».

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L’ATTRICE E REGISTA SONIA BERGAMASCO

Per gli “Ozi di Ercole”, il tema di quest’anno è “la vita materiale”. Con i tuoi colleghi l’avete analizzata attraverso il dialogo “Materia”: da cosa nasce?

«Nasce dall’input di Gennaro Carillo che, mesi fa, mi ha parlato di questo progetto, lasciandomi piena libertà di scegliere i miei dialoghi: questo per me è stato fondamentale. Il tema scelto da Carillo è immenso e imprendibile; quindi, da qualche parte bisognava acciuffarlo per trovare una strada. Dunque, dato che a partire da settembre ci sarà una mostra molto importante sui legni pro-mossa dal Parco archeologico, ho pensato che fosse un’ottima opportunità.

Da lì è nata l’idea di Pinocchio: creatura di legno che, dal punto di vista fantastico, ci poteva introdurre al tema con una voce importante. L’idea è stata subito accolta: Telmo Pievani è uno scienziato estremamente recettivo, aperto e connesso ai temi della creatività. Abbiamo voluto mettere in evidenza la falsa divisione tra materie umanistiche e scientifiche. La primavera dei saperi non conosceva questa dicotomia, che non esiste nella realtà del quotidiano.

Esistono le “specializzazioni”, che sono un elemento importante e distintivo della società contemporanea, ma possono limitare il nostro sguardo e diventare una sorta di malattia del nostro tempo. Questo ci ha portato a pensare, in maniera drammatica, all’idea che “se ciascuno fa il suo, si riesce ad ottenere il meglio”: non è così. Con questa concezione, si perde di vista l’intreccio delle forme del sapere e le radici, si perde di vista tutto».

Avete cercato, dunque, di sfatare quel mito, prevalentemente contemporaneo, della divisione tra scienza e letteratura?

«Abbiamo voluto metterlo in luce perché, questo dato di fatto, esiste già. È la nostra ignoranza che dà credito a questo tipo di divisioni: purtroppo è un credo che dura da secoli, a cui si sono agganciati generazioni di studiosi».

Con il vostro dialogo, avete messo sul piatto numerosi spunti di riflessione. Qual è la consapevolezza che volete trasmettere e che bisogna acquisire per l’avvenire?

«Non per l’avvenire, ma per il presente, perché il tempo brucia. Aristotele diceva: il tempo è la misura del cambiamento. Noi dobbiamo, nel presente, iniziare a cambiare, e a ripensare il nostro posto nel mondo. Se questo non avverrà, verremo inghiottiti, senza remissione, e ce lo saremo meritati».

Un Teatro che si eleva e diventa filosofia, scienza, abbraccia la materia e si fonde con essa. Qual è il segreto per unire tutte queste cose senza la perdita della singolarità?

«Non credo nella singolarità, ma nella relazione e nello sguardo dell’altro. La materia esiste nella relazione. Le ultime evidenze della ricerca scientifica, ci portano a pensare che non esiste la cosa in sé, ma solo in relazione con le altre. Ed il Teatro è relazione per eccellenza, è la chiamata di una comunità».

IL FILOSOFO E EVOLUZIONISTA TELMO PIEVANI

Come nascono gli “Ozi di Ercole”?

«Nascono da un’idea di fondo: mescolare linguaggi diversi. Penso che questo sarà il futuro, sia degli eventi culturali che della comunicazione della scienza. È importante raccontare temi scientifici, come la biodiversità, l’evoluzione, le piante, non in modo formale con le tecniche di divulgazione, ma mescolandolo con altri linguaggi; come nel mio caso l’unione tra la mia narrazione scientifica con quella poetica e teatrale di Sonia Bergamasco. Fa parte di un filone di progetti che in Italia stanno avendo un enorme successo e siamo i pionieri a livello internazionale».

In un’atmosfera così suggestiva come quella del Parco Archeologico di Ercolano, avete creato un connubio vincente tra due realtà apparente-mente opposte: scienza e letteratura. Dunque, qual è il punto di congiunzione più elevato in cui si toccano?

«Ormai non si può più parlare di separazione tra scienza e “humanities” (letteratura, arte etc…). La cultura è una sola ed ha tante espressioni: quella scientifica, letteraria, poetica. Bisogna farle comunicare partendo dall’idea. Eravamo nel luogo magico dove, probabilmente, Lucrezio scrisse il “De rerum natura”: parlare di materia, in quel luogo, crea un’aura straordinaria.

Siamo partiti dall’idea di materia lucreziana, di vuoto e atomi, e Sonia ha scelto un bellissimo racconto di Primo Levi sull’atomismo ed io, di conseguenza, mi sono concentrato portando un altro tipo di materia ovvero il DNA. Le cose nascono dai collegamenti e dalle idee e la suggestione poetica è nata dal connubio tra linguaggi diversi costruiti attorno ad un messaggio.

C’è una grande unità nel vivente, facciamo parte della stessa avventura della materia e forse dovremmo tutelare questo senso di unione, come scriveva Lucrezio, nostra musa. Avevamo delle idee da cui siamo partiti e la scansione narrativa è avvenuta di conseguenza».

Lei come crede che questi spunti di riflessione sulla materia possano evolversi nella vita materiale?

«Questo è il significato filosofico di queste operazioni culturali perché portano ad un messaggio di fondo, che preferiamo non esplicitare sul palco per non cadere nel didascalico, ovvero che non siamo estranei al divenire della materia. Facciamo parte di un sistema e ne rappresentiamo una piccolissima parte, non ne siamo i dominatori, siamo gli ospiti provvisori della materia.

Un secondo punto di osservazione è la vulnerabilità e l’umiltà: se acquisisci questo allora capisci perché un piccolo pezzettino di materia, come un virus, ci ha messo in difficoltà scatenando una pandemia. Tutto ciò perché siamo vulnerabili: ciò non va dimenticato. Questo progetto ci aiuta a guardare verso il futuro con maggiore umiltà e meno superbia».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°231 – LUGLIO 2022

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