L’ERASMUS ti cambia la vita

Siviglia - Photo credit Carmine Colurcio

«Quanto più capisci te stesso, tanto più conoscerai il mondo» Paulo Coelho

trent’anni dalla sua nascita ad opera dell’Unione Europea, il programma di mobilità studentesca ERASMUS è diventato ormai un fenomeno ben consolidato. Secondo la commissione europea nel 2016 sono stati 725mila gli studenti che hanno beneficiato del programma, di cui 34mila italiani, principalmente verso la Spagna (9.903 studenti), Francia (4.319), Germania (4.036) e Regno Unito (3.082).

 

Siviglia
Siviglia

 

Il nome Erasmus è l’acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, oltre che un richiamo ad Erasmo da Rotterdam, umanista olandese che fece dei suoi viaggi in tutta l’Europa una prerogativa della sua formazione culturale. Tra i 41mila studenti italiani che nel 2017 hanno usufruito o stanno usufruendo del progetto (dato ufficioso), anche il sottoscritto ha avuto la fortuna di parteciparvi.

Sono appena tornato da Siviglia, capitale dell’Andalusia, regione a sud-ovest della Spagna. Ho dentro di me una tempesta di emozioni che proverò a raccontare, in modo da spiegarvi il senso più profondo dell’Erasmus.

Esattamente un anno fa, quando ho saputo che sarei partito per 5 mesi a Siviglia, proprio non immaginavo cosa potessi aspettarmi: sembrava tutto una grande incognita. Certo, ero cosciente che avrei dovuto affrontare una grande prova di maturità, per la prima volta avrei conosciuto l’indipendenza (come me, tanti altri studenti), avrei vissuto lontano dalla mia famiglia, in una città che non conoscevo, dare esami universitari in una lingua che nemmeno avevo mai studiato. Non ci sarebbero più state tutte le mie abitudini e le mie certezze. C’è da dire che ero anche ben consapevole del grande divertimento che questa esperienza comporta, conseguenza diretta della suddetta indipendenza.

A settembre sono arrivato a Siviglia carico di aspettative, emozioni e paure. I primi giorni li ho trascorsi a cercare casa sotto i circa 40 gradi del sole andaluso. Un inferno. Finalmente trovata casa, è iniziato il mio Erasmus: tutto era nuovo e bello, nonostante poche difficoltà iniziali con la lingua quando seguivo all’università. Smaltita l’euforia dei primi tempi, iniziavo a ritrovare abitudini e normalità, quasi dimenticandomi della mia altra vita napoletana.

Sì, perché quando sei in Erasmus vivi tutto con una tale intensità, che sembra quasi essere in una dimensione spazio-tempo parallela. Intanto il mio spagnolo migliorava, insieme all’andaluso, il dialetto del posto; conoscevo persone da ogni nazionalità, incontravo culture diverse, ma simili più di quanto credessi. Soprattutto conoscevo me stesso.

“Nosci te ipsum” dicevano i latini, e per la prima volta ne comprendevo il senso più profondo. Capivo sempre più chi e cosa mi mancava della mia vecchia vita e cosa, invece, ora avevo trovato. Spesso con la mia “famiglia erasmus” ci ritrovavamo a parlare delle nostre vite, dei nostri lati più nascosti, ed in quei momenti, i più belli per me, attraverso le storie degli altri viaggiavo dentro la mia persona. Ogni giorno a Siviglia ho imparato una piccola cosa della vita, sono maturato come persona sotto ogni aspetto.

 

 

 

E poi Siviglia…

Una città calda e calorosa, silenziosa e poetica, mutevole e magica. Ti abbraccia con la sua Plaza de España, ti fa guardare il cielo con la Giralda, ti fa sognare al tramonto dal Metropol Parasol. Emblematico è il logotipo di Siviglia, il “NO8DO”: tra le sillabe NO e DO, vi è un filo di gomitolo, la cui forma assomiglia ad un otto, che in castigliano prende il nome di “madeja”. Il rebus così composto si legge NO-MADEJADO, foneticamente uguale alla frase “No me ha dejado”, ossia “non mi ha abbandonato”. Secondo la tradizione fu il Re Alfonso X a pronunciarla nel XIII secolo, riferendosi a Siviglia e ai sivigliani che lo avevano sempre sostenuto, anche durante la guerra al trono contro il suo stesso figlio Sancho.  

E nessun simbolo potrebbe essere più rappresentativo di quello che è l’Erasmus: un’esperienza che non ti abbandona per tutta la vita e che ti cambia per sempre.

di Fulvio Mele
Foto di Carmine Colurcio

Tratto da Informare n° 179 Marzo 2018

About fulvio mele

Fulvio Mele ventiduenne, giornalista pubblicista da marzo 2016 e vicedirettore di Informare. Diplomatosi al Liceo Scientifico "R. Caccioppoli" di Napoli. Laureando in Sociologia (scienze sociali) presso la Facoltà della Federico II di Napoli. "Credo che per essere giornalista bisogna essere curioso e andare oltre le cose; credo che la notizia non si crea ma la si racconta aprendola dall'interno; credo che un vero giornalista scrive di emozioni e di storie, soprattutto dà voce a chi voce non ne ha; credo che essere giornalista sia uno stile di vita"