informareonline-la-buona-uscita-1La bidimensionalità dei sentimenti, il tempo che tramuta l’avversione in solidarietà, il contrasto che sfocia da relazioni complesse, questi alcuni dei toni in chiaro scuro che si percepiscono sulla tela della nuova opera cinematografica del giovane e poliedrico regista partenopeo Enrico Iannaccone, al suo secondo lungometraggio dopo il buon riscontro di pubblico de “La Buona Uscita” del 2016. Autore di 5 corti dal 2012 e 2014, con particolare predilezione per i documentari, l’autore napoletano disvela le sue visioni originali anche nel film “La Vacanza” che annovera nel cast Catherine Spaak, Carla Signoris, Antonio Folletto e Veruschka. Ancora una volta Castel Volturno si presta come location di alcune scene del film, ambientato però a Palinuro, che ha accolto la maggior parte delle riprese. La vicenda narrata riguarda l’incontro tra un‘anziana magistrato affitta da malattia degenerativa e una ex brigatista, che nel calare della vita si è ritirata nel Cilento. Tra loro l’ambigua figura di un ragazzo borderline tenebroso e dal forte temperamento. Come nasce l’idea del film?
«Il discorso alla base della sceneggiatura era andare a scandagliare quelli che sono i costi di determinati tipi di emozioni, dei quali forse si parla sempre in maniera bidimensionale anche per la loro positività. La tenerezza, l’amore vengono dati per scontati come realtà unicamente positive ed invece a me interessava andare a verificarne i costi emotivi, le svariate dimensioni che hanno. Mi interessava, inoltre, fare luce sulla giostra impazzita delle relazioni umane nel momento in cui vengono in contrasto tra loro dei tipi clinicamente patologici. Il protagonista maschile, infatti, soffre di bipolarismo e la protagonista femminile, di Alzheimer galoppante, e sono messi in contatto con figure che non sono clinicamente patologiche».
Come mai queste riflessioni ha ritenuto di poterle esprimere in relazione ad un particolare periodo storico?
«Questo perché mi interessava un contesto dove tutto è in una sorta di tramonto, il film ha infatti una chiusura abbastanza in minore, anche se non tragica. In questa ottica di tramonti mi interessava andare ad analizzare la caducità intrinseca di ogni forma di ideologia.  La forza di un’ideologia è direttamente proporzionale alle certezze che un soggetto ha in un dato momento storico. Reputo però abbastanza inverosimile che una persona possa avere per tutta la vita la stessa ideologia. Tanto di pace quanto di violenza. Anche il Dalai Lama un giorno potrà svegliarsi e spaccare la faccia a qualcuno».
Le due donne protagoniste avranno quindi un punto di incontro?
«Certo. Dapprima lo avevano nell’odio essendo una brigatista e l’altra magistrato. Nel momento della vecchiaia però, ovvero nel tramonto della forza fisica, si incontrano nella sofferenza. Prima unite dall’odio, poi dall’afflizione».
Lei nasce realizzando una serie di corti, soprattutto documentari, anche vincitori di premi. Questa dimensione del documentario la sente più sua, nel senso che preferisce raccontare la vita vera o la fiction?
«Assolutamente la fiction. La vita reale, attraverso i documentari, mi piace affrontarla soltanto attraverso le immagini e suoni diretti. In modo che preferisco. Ma sicuramente prediligo la scrittura di sceneggiatura, la finzione offre maggiore libertà mentre la realtà ti vincola ed è anche asfissiante».
Cosa pensa di Castel Volturno? Eduardo De Angelis disse che questo è un territorio bello perché pieno di contraddizioni.
«Condivido e ritengo che queste contraddizioni siano le stesse che si rinvengono nel paesaggio statunitense, dove ci sono spazi eterogenei e vasti. Ed è un luogo bellissimo anche per una dimensione di silenzio che non trovi in una metropoli, un silenzio interessante che permette un’attività di pensiero più ampia rispetto al caos della città».

di Fabio Russo

Tratto da Informare n° 187 Novembre 2018

 

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