Emergenza rifiuti, la storia dell’indagine scomparsa nel nulla

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Un anno prima della seconda crisi dei rifiuti in Campania i carabinieri avevano individuato cause e profili di responsabilità di quanto sarebbe poi realmente accaduto. Ma di quella indagine così puntuale non si è mai saputo nulla. Motivo? Quella intuizione profetica era stata destinata al macero.

Si chiama “Fuoco amico”, un nome e un programma. È l’atto di nascita di un’indagine nata e abortita in sette mesi, avviata dopo la prima emergenza rifiuti, chiusa alla vigilia della seconda. È un fascicolo giudiziario composto da tre informative, in tutto neppure cento pagine, frutto dell’attività di osservazione dei carabinieri del Noe di Roma che avevano documentato l’attività di sversamento di rifiuti industriali, tossici e nocivi nel Cdr di Santa Maria Capua Vetere e nelle discariche autorizzate di San Tammaro e Santa Maria la Fossa. In forma sintetica racconta l’attività criminale di un manipolo di autotrasportatori al servizio dei consorzi di bacino di Napoli e Caserta.

E accenna alla possibilità di accordi criminali con alcuni amministratori pubblici, tra i quali l’allora sindaco di Casapesenna, Fortunato Zagaria. A fare la parte del leone la Edil.Car di Giuseppe Carandente Tartaglia, dominus della successiva speculazione sulla discarica di Chiaiano, un fosso mal costruito, permeabile, altamente inquinante. Scrive Sergio De Caprio, all’epoca comandante del Noe, il Capitano Ultimo dell’arresto di Totò Riina, a proposito di una gara a cui partecipa un solo concorrente: “L’episodio costituisce un indicatore elequente del condizionamento e delle speculazioni illecite che inquinano il mondo del lavoro e le attività connesse al ciclo dei rifiuti nella Regione Campania. E spiegano perché i consorzi di bacino non devono funzionare poiché essendo pubblici, impedirebbero o limiterebbero grandemente le speculazioni criminali esistenti”.

Le tre informative, datate 7 marzo, 25 settembre e 11 ottobre 2006, si chiudono con la richiesta di intercettazioni delle utenze telefoniche di una trentina di persone, tra le quali Fortunato Zagaria e i fratelli Giuseppe e Franco Carandente Tartaglia dei quali viene indicata la vicinanza ad ambienti camorristici. Anzi, specificano la mafiosità ad ampio spettro del comparto: «Il quadro di situazione infine è marcato in direzione della matrice camorristica dominante nel territorio, dalle seguenti specifiche circostanze: all’interno del consorzio CE 2 di Santa Maria Capua Vetere, per processo “spontaneo”, cioè non regolato da alcun tipo di contratto la distribuzione delle bevande avviene attraverso apparati collocati e gestiti dalla società Euro Distributori […] in una posizione funzionale di diretto supporto al vertice del gruppo camorristico dei casalesi ed in particolare del boss Biondino Francesco; dall’impianto di Cdr di Santa Maria Capua Vetere i trasporti dei rifiuti avvengono anche attraverso l’opera contrattualizzata della società Edilcar srl, di Carandente Tartaglia Giuseppe […], il cui profilo informativo lo colloca in posizione relazionale con il gruppo camorristico facente capo alla famiglia Nuvoletta.

Da quanto acquisito, deriva un contesto dove la promiscuità con l’illecito, il disordine ed il caos apparente rappresentano semplicemente il migliore artificio possibile per trarre in inganno le componenti istituzionali che a diverso titolo sono state e sono coinvolte nel tentativo di risolvere l’emergenza rifiuti in Campania e viceversa ottenere e stabilizzare ingiusti finanziamenti pubblici a vario titolo distribuiti”.

E inoltre, “ l’ingiusta assunzione a carico dello Stato di finanziamenti aggiuntivi non dovuti, meccanismo emergenziale che soggetti diversificati, ancora non compiutamente individuati, alcuni dei quali contigui all’ organizzazione camorristica dei Casalesi, con artifici e raggiri hanno cercato e cercano di sistemizzare al fine di procurare e mantenere ingiusti profitti a diverso livello distribuiti».

Un anno prima della seconda e più drammatica crisi dei rifiuti in Campania i carabinieri del Noe avevano individuato con sorprendente capacità di previsione cause e profili di responsabilità di quanto sarebbe poi realmente accaduto. Tutto messo nero su bianco ma tutto sparito. Tutto finito, cioè in un fascicolo più grande finito in archivio. Ma non a Napoli, alla Dda, come sarebbe logico aspettarsi.

Quei rapporti preliminari di indagine risultano trasmessi alla Procura di Santa Maria Capua Vetere, anzi al pm Donato Ceglie, attualmente sospeso da funzioni e stipendio: che formalmente non era delegato alle indagini sui reati ambientali ma che, certamente, non era né poteva essere titolare di fascicoli sulla criminalità mafiosa. Le tre informative non risultano essere state mai inviate alla Dda di Napoli, competente per materia. Non risulta neppure che il Noe ne abbia fatto cenno qualche anno dopo, quando quell’ufficio fu chiamato a indagare sulla trattativa tra apparati dello Stato e la famiglia Zagaria per la gestione dell’emergenza del 2007/2008 e la costruzione delle piazzole di stoccaggio dei rifiuti napoletani.

Quell’intuizione profetica era stata, dunque, destinata al macero. Ed è per questo che non c’è traccia di “Fuoco amico” negli atti del processo a carico di Giuseppe Carandente Tartaglia, imputato unico nel processo per associazione mafiosa che, con molto ritardo inizia oggi , 5 febbraio, al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Processo che tratta della gestione dell’impianto di Chiaiano, affare di camorra definito, secondo l’ipotesi accusa, da Carandente Tartaglia, da Fibe-Fisia e dal clan Zagaria. Il sequel, appunto, dell’inchiesta mai nata.

Mentre si affossava l’indagine del Noe, a Napoli si pensava già alla localizzazione di impianti che, al tempo degli accordi (appunto il 2006), non erano necessari. Accordi fatti da uomini di Pasquale Zagaria (fratello del capo clan condannato all’ergastolo) con rappresentanti di soggetti istituzionali. Solo una coincidenza temporale? O, invece, la traccia di un depistaggio?

di Rosaria Capacchione

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