Emanuela Belcuore, garante diritti dei detenuti: «Bisogna abbattere il muro del pregiudizio»

informareonline-emanuela-belcuore-3

L’intervento di Emanuela Belcuore, garante dei diritti dei detenuti della provincia di Caserta

Una figura, quella del garante, che assume particolare rilevanza in un momento storico, e più in generale in una società, dove nella normativa giudiziaria circa la detenzione, c’è un’incompatibilità tra la limitazione della libertà personale e la tutela dei diritti fondamentali, spesso subordinati alla prima.
Una figura oggi rivestita da Emanuela Belcuore, recentemente nominata garante dei diritti delle persone detenute della provincia di Caserta, che conta quattro istituti di pena. Un compito gravoso, specie se si guarda alla recente emergenza sanitaria, che ha visto numerose rivolte all’interno delle carceri. Tra i suoi progetti, oltre quello di svolgere una funzione di presidio su tutte le forme di privazione della libertà e di garantire che sia osservata la normativa vigente, il tema del lavoro e dell’affettività.
La sua recente nomina arriva immediatamente dopo la questione delle carceri durante il lockdown.

Quali sono i progetti in cantiere e come intende muoversi nei prossimi mesi?

«I progetti che ho in cantiere sono due. In primis, mi concentrerò sul tema del l lavoro, creando una cordata di imprenditori che offrano un impiego ai detenuti in carcere, operazione che avverrà tramite delle cooperative. Il fatto che queste persone siano state private della loro libertà non li rende privi di dignità, restituibile solo attraverso il lavoro.
È importante, dunque, abbattere il pregiudizio e non nascondere la polvere sotto il tappeto. Ne approfitto per fare un appello a tutti gli imprenditori, in modo tale che possano contribuire alla creazione dei corsi di formazione in carcere, costituendo un ponte tra esterno ed interno. Inoltre, il lavoro rappresenta una dimensione fondamentale nella riabilitazione dopo il carcere, che scoraggia il ritorno a delinquere. Un altro aspetto su cui mi concentrerò è quello dell’affettività, predisponendo delle zone in cui i detenuti e le detenute possano incontrarsi con i propri congiunti. Anche in questo caso, l’essere privati della propria liberà non comporta il non avere diritto ad un’intimità con la propria famiglia».

Come stanno funzionando le strutture – come le case lavoro – preposte alla riabilitazione del detenuto?

«In Campania l’unica casa lavoro che abbiamo si trova ad Aversa, dove paradossalmente non c’è lavoro. Ci sono ettari di terra che potrebbero essere coltivati, creando cooperative.
Purtroppo però, questo non viene fatto, evidenziando un problema culturale non indifferente. Il vero lavoro deve venire dall’esterno e dalla buona volontà degli imprenditori. Sottolineo nuovamente la necessità di fare una rete, perché la singola azienda non basta».

Di recente sono stati pubblicati i dati relativi alla popolazione detenuta, dove è stato evidenziato un calo di presenze, indice che potrebbe rivelare un cambiamento importante. Cosa ci può dire circa questi numeri e sul problema del sovraffollamento?

«Per quanto riguarda le carceri del casertano, ora non c’è più quest’emergenza: ad Arienzo, ad esempio sono 46 detenuti, ad Aversa 124, Carinola ve ne sono circa 400, mentre Santa Maria Capua Vetere neanche 900, numeri legati ad una struttura decisamente più ampia.
Questo grazie al decreto svuota-carceri approvato durante l’emergenza sanitaria da Coronavirus. Inoltre, è importante sottolineare il fatto che in questo periodo ci sono stati meno arresti, data “l’impossibilità” delle persone a delinquere. Dunque, ci sono stati meno ingressi, a fronte delle uscite. Circa le carceri del napoletano, invece, come Poggioreale, c’è sicuramente un problema di sovraffollamento».

La tematica della tutela diritti dei detenuti sembra sempre passare in secondo piano, o meglio, messa volutamente da parte. A che punto è il dibattito sulla questione?

«Grazie al coronavirus si è sicuramente accesa una luce ad occhio di bue sulla faccenda. Tuttavia, credo che ci sia ancora molta strada da fare perché si possa parlare di tutela dei diritti dei detenuti.
Il problema, come dicevo anche prima, è culturale ed è legato a doppio filo al pregiudizio. Facilitare ed incentivare l’ingresso dei detenuti nella società civile abbassa la recidiva.
Questa però, dovrebbe essere una prerogativa dell’intera comunità, che continua a vedere il detenuto come un elemento “lontano” dalla sua vita».

di Carmelina D’Aniello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

Print Friendly, PDF & Email