Oggi gli Stati Uniti d’America sceglieranno il 46esimo presidente della Repubblica Federale. Dalle 8 del mattino alle 20, ora locale, durante l’Election Day, milioni di cittadini si recheranno alle urne per scegliere i “Grandi Elettori” che a loro volta saranno chiamati a decidere il nome di colui che diventerà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Quest’anno, oltre che recandosi alle urne, gli elettori hanno cominciato a depositare già da settimane le schede elettorali in appositi seggi destinati al voto anticipato (early voting) oppure via posta. Queste due modalità, già in uso nel paese, sono state molto rafforzate per contenere i rischi da coronavirus raggiungendo numeri record.

Le regole per l’elezione statunitense, sancite dalla Costituzione Americana, sono particolarmente complesse, ricche di eccezioni, dove urne nazionali sono governate da norme locali. Unico comun denominatore il Collegio Elettorale con i suoi Grandi Elettoriche in realtà esprimono il Presidente.

Facciamo chiarezza

Il voto per il Presidente negli Stati Uniti è quindi indiretto. Gli elettori esprimo il cosiddetto Collegio Elettorale, formato da 538 Grandi Elettori. La maggioranza di questi (almeno 270 voti) decide poi ufficialmente il Presidente. I Grandi Elettori sono ripartiti per stato e il loro numero rispecchia, per ciascuno stato, la somma di seggi alla Camera Federale e al Senato. Eccezione è il District of Columbia della capitale Washington Dc, che considerato come fosse uno Stato, conta 3 Elettori.

I Grandi Elettori sono quasi sempre assegnati in blocco, l’intero pacchetto a chi vince il voto popolare nello stato – vale a dire winner takes all. Fanno eccezione il Nebraska e il Maine, dove vige un metodo più proporzionale: due grandi elettori assegnati a chi vince il voto popolare mentre i restanti, due in Maine e tre in Nebraska, ai vincitori di ciascuna delle circoscrizioni elettorali nello stato. Questa formula può comportare una spartizione dei grandi elettori tra democratici e repubblicani.

Tuttavia, l’assegnazione in blocco dei Grandi elettori comporta il potenziale contrasto tra esito del voto popolare e successo nella corsa alla Casa Bianca. Come accadde ad esempio nel 2016, quando la democratica Hillary Clinton ottenne quasi tre milioni di voti in più su scala nazionale ma perse contro Trump nella matematica del collegio elettorale. E’ questa realtà a trasformare in ago della bilancia alcuni stati cosiddetti “swing”, cioè incerti. In particolare quest’anno sono Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Arizona, North Carolina e Florida.

I voti elettorali si sommano via via che lo spoglio dei singoli Stati è definito nel corso della lunga notte elettorale: a causa dei fusi, le urne nei vari Stati chiudono in orari diversi, partendo dall’1 di notte ora italiana e fino alle nostre 7.

 

Camera

Ma non è solo per la Casa Bianca che si vota oggi. La Camera, che detiene il maggior potere legislativo, mette in gioco tutti i 435 seggi ogni due anni, quindi anche in occasione delle quadriennali elezioni presidenziali. È la più volatile delle elezioni: spesso le maggioranze vengono ribaltate anche ogni biennio, costringendo i deputati a costanti campagne elettorali. Nel 2018 la maggioranza passò ai democratici, con un vantaggio di 36 seggi – 235 a 199 – in un parziale ripudio del dominio repubblicano dell’intero Congresso e della Casa Bianca emerso dalle urne del 2016. L’attesa è che rimanga in mano ai democratici nel 2020, con una maggioranza forse rafforzata di dieci o venti seggi.

 

Senato

Anche il Senato rinnova un terzo dei cento senatori ogni due anni. La sua composizione è di due senatori per ciascuno dei 50 stati. Nell’idea degli autori della Costituzione era il modo per garantire un equilibrio geografico e non solo demografico al sistema politico americano, evitando che regioni rurali e poco popolate fossero emarginate.

Il ruolo del Senato non è secondario. Infatti, la Camera Alta ha il cruciale ruolo di vaglio e approvazione delle nomine proposte dalla Casa Bianca, di ministri e alti esponenti dell’amministrazione come di governatori della Fed, alti magistrati della Corte Suprema e giudici federali. Non a caso i repubblicani hanno focalizzato l’attività del Senato proprio sulla conferma di magistrati federali, la cui influenza nell’intrepretare le leggi, e il conseguente impatto sociale e politico, sono profondi negli Stati Uniti. Il mandato dei senatori è più lungo rispetto ai deputati, sei anni, con un rinnovo parziale ogni biennio.

Nell’attuale legislatura, la maggioranza è repubblicana con un vantaggio di 53 seggi contro 47 democratici. I democratici ambiscono a conquistare tra quattro e sei seggi e ribaltare l’attuale maggioranza repubblicana. Simbolo della tensione è il South Carolina, dove la sfida tra il senatore in carica, il repubblicano Lindsey Graham sostenitore di Trump, e il democratico Jaime Harrison ha battuto ogni record di spesa. Il solo Harrison ha raccolto e investito oltre centro milioni di dollari.

 

Governatori

Le elezioni mettono in palio anche numerose e influenti poltrone di governatori statali e parlamenti locali. Undici i governatori in gioco, sette al momento repubblicani e cinque democratici. Oltre cinquemila seggi di deputati e senatori locali verranno inoltre sottoposti al giudizio degli elettori da una costa all’altra del Paese. Complessivamente, 26 stati americani hanno governatori repubblicani e 24 democratici. Ventuno stati hanno governi interamente repubblicani e 15 interamente democratici. E’ possibile che a livello locale gli spostamenti siano scarsi in questa tornata elettorale, ma i democratici sperano di avanzare, anche di poco. E’ un voto facile da sottovalutare ma dalle significative implicazioni di lungo periodo: i governi locali hanno ampio controllo sul processo elettorale nazionale. Norme che restringono o ampliano l’accesso alle urne sono loro prerogativa.

di Maria Rosaria Race

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