“El violador en tu camino”, l’inno delle donne in un Cile spaccato

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Nonostante sia uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, il Cile è quello con più disuguaglianze e contraddizioni al suo interno.

Ad un sistema pensionistico, che obbliga i lavoratori a versare ogni mese il 12% dello stipendio su un fondo pensione privato, e ad un’istruzione che – sul modello statunitense – costringe a contrarre prestiti per finanziare i propri studi – si aggiunge un costo della vita in aumento, a cui però, non corrisponde un altrettanto innalzamento degli stipendi. Lo scorso 18 dicembre, infatti, a seguito dell’approvazione di una legge che aumentava il prezzo del biglietto della metropolitana della capitale, Santiago, facendolo passare da 800 a 830 pesos nelle ore di punta, la popolazione si è riversa nelle piazze della città, manifestando contro il secondo rincaro dell’anno.

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In un primo momento, Sebastián Piñera reagisce con forza, opponendosi ai manifestanti con dure repressioni da parte delle forze dell’ordine e dichiarando lo stato d’emergenza. La mobilitazione sociale però, non accenna ad arrestarsi. Il governo Piñera, dunque, è costretto ad annunciare la sospensione sulla legge per l’aumento del biglietto e ad ammettere in un discorso pubblico “che da decenni persiste una grave disuguaglianza sociale in tutto Paese”. Promesse, parole e slogan che non sembrano più assuefare chi non vuole lasciare quelle piazze in nome di un Cile senza più disparità. Gli scontri tra civili e “carabineros” continuano: 23 morti, 2.391 feriti e 6.300 arresti da parte della polizia, di cui 759 casi a danno di minori. Dati questi ultimi che, oltre ad essere in continuo aggiornamento, hanno anche fatto sì che l’ONU e l’Istituto Nacional de Derechos Humanos (Indh) dichiarassero contro le forze dell’ordine un’avvenuta violazione dei diritti umani nella repressione delle rivolte. Un’emergenza sanitaria, oltre che sociale, quella delineatasi in Cile, che ha visto esplodere il grido di chi, di questi abusi, è vittima anche da un punto di vista sessuale.

Stuprate, torturate e, in alcuni casi, impiccate nelle periferie come monito, le donne cilene si dicono “vittime di una violenza politica di genere”, che non accetta il loro contributo alla rivolta e che vede il loro corpo come bottino di guerra.

L’inno lanciato dal collettivo femminista “Las Tesis”, nato per compattare il fronte comune delle donne contro il victim-blaming, è diventato un simbolo della lotta al patriarcato, diffusosi in tutto il mondo. Una protesta anti-stupro e anti-femminicidio che, con la forza dei corpi e della danza, scandisce una canzone dal ritornello “lo stupratore sei tu”. La sua esecuzione è stata riproposta in numerose città dell’America Latina, degli Stati Uniti e dell’Europa. In Italia a portarlo in piazza è il collettivo femminista “Non Una Di Meno”.
«L’obiettivo del collettivo era quello di riportare tesi femministe a un linguaggio comprensibile, performativo e molto comunicabile. Credo che la grande diffusione dell’inno sia dovuta proprio al fatto che in modo molto chiaro, deciso e semplice, dice cose che risuonano nel vissuto di tutte le donne o comunque di altre soggettività oppresse», ci spiega Virginia Palaleo, attivista di “Non Una Di Meno”, durante il flashmob riprodotto nel centro storico di Napoli. L’efficacia dell’inno è dovuta anche alla dimensione della performance, che ripropone, attraverso il ballo, le umiliazioni alle quali sono sottoposte le donne cilene dalla polizia. «Le piazze femministe sono piazze di corpi che si riappropriano degli spazi che gli sono stati negati, e lo fanno con la rabbia, con l’amore, con la gioia, quindi anche ballando», continua Virginia.

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La versione italiana dell’inno vede diverse modifiche rispetto a quella cilena, riferita nello specifico alle forze dell’ordine cilene, colpevoli di innumerevoli violenze in questo periodo di forti oppressioni. Le attiviste italiane, invece, hanno deciso di estendere la loro denuncia a tutte quelle istituzioni che nei secoli hanno contribuito all’oppressione della donna accrescendo sempre più il potere del patriarcato, prima tra tutte il Vaticano. Vengono, infine, coinvolti i tribunali cileni che, come ci spiega ancora Virginia, ogni qual volta una donna denuncia una violenza subita, si arroccano su posizioni precostituite, perpetuando su quest’ultime una seconda violenza. «Per la nostra giustizia, ad essere esaminato e giudicato non è il colpevole, ma la vittima stessa, per come era vestita e dove si trovava, esattamente come canta il ritornello dell’inno».

 

di Carmelina D’aniello e Marianna Donadio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°201 – GENNAIO 2020

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