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“Egografie” di Marco Vallefuoco: il fotografo racconta il suo progetto

Tonia Scarano 29/08/2022
Updated 2022/09/14 at 6:15 PM
5 Minuti per la lettura

Marco Vallefuoco vive a Trentola Ducenta, ha 25 anni e di professione fa il fotografo. Inizia a scattare nel 2013, durante il liceo scientifico, dopodiché si forma all’ABA e prosegue con un master in fotografia di ritratto a Bologna. Qualche mese fa abbiamo notato tra le IG stories di Marco una open call per chiunque volesse farsi rappresentare nel suo progetto fotografico, “Egografie”. I presupposti erano: apertura al racconto, messa a disposizione della propria casa e di qualche ora del proprio tempo.

«Ho tirato fuori dalla matassa il filo rosso della “rappresentazione concettuale nell’ambito domestico”».

Fotografia concettuale, ritrattistica, ispirazione surrealista

Come inizia “Egografie”?

«È partito circa nel 2018. All’inizio riguardava me stesso, ero l’oggetto per rappresentare stati d’animo anche altrui. Ho poi diretto le cose verso l’esterno: la persona si racconta e mi focalizzo su un determinato stato d’animo attraverso cui provo a creare un ritratto del soggetto. Sono persone comuni, chiunque, bambini o anziani, non attori o modelli.

L’ispirazione alla base è di stampo surrealista, mi sono sempre lasciato affascinare dal mondo dei sogni e dall’interpretazione. Tutto quello che faccio si basa sulla libera interpretazione e, soprattutto, resta ambiguo. Lo scopo è far porre delle domande a chi guarda le foto, stimolare curiosità, interesse e introspezione. È un esperimento continuo alla scoperta di me e di quello che faccio e, ad oggi, questo progetto rappresenta la mia fotografia di base: il mio modo di vedere quest’arte».

Com’è articolato, tecnicamente, il progetto?

«C’è una prima fase dedicata all’intervista, al racconto di chi si è deciso soggetto. Mi faccio raccontare la sua storia, prendo appunti, osservo e mi lascio andare, lascio spazio a ciò che mi evocano i racconti. C’è chi mi parla del suo cane, della sua famiglia. Non è soltanto comunicazione verbale, ma anche visiva. La seconda fase riguarda l’elaborazione dello scatto nella mia mente. Quando è pronto, quando lo vedo, lo facciamo. Le sedute hanno una durata media di 1 ora e si svolgono con sessioni di musica dedicata in sottofondo».

«Un’occasione per farsi raccontare senza esporsi troppo»

Cercare uno sguardo esterno attraverso il quale vedersi è interessante e inusuale, per chi non è solito/a posare per uno scatto. La quantità di persone che ha chiesto a Marco di essere ritratta è un indicatore loquace: uno spirito di sonda e scoperta del sé che cresce.

Marco, una sensazione che accomuna i lavori con Egografie, puoi delinearla?

«La fragilità, nella sua esistenza multiforme. Ci sono i sentimenti, comuni a tutti, cambia solo il modo in cui reagiamo. La fragilità è talmente vasta e varia che è impossibile dire “tutti sono fragili”, ognuno lo è in modo diverso. C’è una forte base empatica, infatti, senza la quale il progetto non esisterebbe. Lo uso anche come esercizio personale per capire le persone che incontro. Qualche anno fa, nei miei primi sondaggi, chiesi suggerimenti per un sentimento da rappresentare e mi ritrovai più di 60 riposte da persone diverse: fu una reazione che non mi aspettavo, rimasi avvilito e non riuscii a farle tutte. Credo che le persone l’abbiano colta come un’occasione per farsi raccontare senza esporsi troppo».

I tuoi scatti non sono sempre incorniciati da mura domestiche, il concetto di casa diventa la rappresentazione di una ricerca personale. Tu hai una casa?

«Il filo conduttore è la casa, l’ambiente casalingo. Molte persone mi hanno detto che non si sentono a casa e abbiamo individuato insieme un ambiente, anche esterno, che rappresentasse il concetto di casa. Mi sento spesso solo ed incompreso, sicuramente andrò via da qui, pensavo a Bologna o Milano. Qui al sud la massima aspirazione per un fotografo è aprire un negozietto in paese per lavorare alle cerimonie. Insomma, non è un ambiente così accogliente per questa professione, a meno che tu non abbia un certo nome: Iodice, Biasucci, Donato, non trovi una mostra espositiva di fotografia di persone giovani, che studiano, sperimentano. Vedo più opportunità altrove».

 

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