
Una norma che ha rappresentato un traguardo importante per la conquista dei diritti delle donne, che dal 1978 avanzano verso l’autodeterminazione. Una storia, quella del diritto di scelta, che è stata scritta da personalità come Mirella Parachini, ginecologa radicale e vice-presidente della FIAPAC, che da 40 anni assiste le donne nel percorso di interruzione della gravidanza. Dalla militanza nel partito Radicale all’esperienza nei consultori, la dott.ssa Parachini continua a occuparsi delle donne, del diritto di scelta e della libertà di ricerca scientifica, fuori e dentro la sala operatoria.

Dai “cucchiai d’oro” al metodo Karman, fino alla somministrazione della pillola abortiva, la storia dell’aborto in Italia è stata ampiamente ostacolata. L’approvazione delle nuove linee sulla RU486, infatti, arriva anche in seguito a un’iniziativa della Regione Umbria, che nel mese di giugno aveva emanato un provvedimento regionale in cui venivano imposti tre giorni di ricovero per la somministrazione della pillola abortiva, contraddicendo le linee guida dell’OMS. Secondo queste ultime, infatti, la procedura farmacologica è distinta in più fasi, che si basa sull’assunzione di almeno due principi attivi diversi, il mifepristone (meglio conosciuto col nome di RU486) e una prostaglandina, a distanza di 48 ore l’uno dall’altro. Il mifepristone, interessando i recettori del progesterone, necessari per il mantenimento della gravidanza, causa la cessazione della vitalità dell’embrione; l’assunzione del secondo farmaco, della categoria delle prostaglandine, ne determina l’espulsione.
Una decisione quella della governatrice leghista, Donatella Tesei che, giustificando il provvedimento come un modo per salvaguardare la salute della donna, non ha fatto altro che porre la stessa in una posizione di disagio e difficoltà, limitando i suoi diritti. Tant’è che è stato poi chiarito, dallo stesso Istituto Superiore di Sanità, la sicurezza del IVG farmacologico, metodologia che non minaccia in nessun modo la salute della donna. Argomento sul quale la dott.ssa Parachini ha ritenuto opportuno sottolineare la necessità di formazione del personale medico che si approccia alla somministrazione del farmaco abortivo.
«La campagna per arrivare alla legge 194 è stata molto lunga e ha visto delle cose straordinarie da raccontare oggi, come la mobilitazione attraverso la disobbedienza civile di persone come Emma Bonino, Adele Faccio e Giancarlo Spadaccia le quali, autodenunciando il loro coinvolgimento nelle pratiche di aborto clandestino, sono state arrestate. Un’altra cosa che è bene ricordare sono stati i movimenti di Self Help, gruppi di donne organizzate che praticavano le interruzioni di gravidanza pubblicamente. Un’esperienza che ha spostato il clandestino dal nascondiglio alla luce del sole, nonostante la struttura sanitaria non fosse ancora attrezzata. È bene ricordare che se la legge 194 non fosse stata approvata in quella seduta, il 22 maggio 1978, sarebbe scattato il Referendum promosso dai Radicali che avrebbe abrogato le norme del codice Rocco, che considerava l’aborto un delitto contro la stirpe. Quindi, anche quella è stata una grossa spinta».
«Nel Settantotto ero una neolaureata e, per molti di noi, il primo contatto con un caso d’interruzione di gravidanza, ha rappresentato una vera e propria palestra. Stiamo parlando naturalmente del metodo Karman, una modalità chirurgica innovativa che si basa sull’aspirazione dell’embrione, l’isterosuzione, che si sostituisce al raschiamento. Era il periodo dei famosi “cucchiai d’oro”, definizione che si dava a chi, praticando l’aborto chirurgico, si arricchiva lavorando in modo clandestino. Tuttavia, il metodo Karman veniva talmente associato all’aborto volontario che, le donne con aborto spontaneo, venivano automaticamente sottoposte a un raschiamento. Dunque, quella paziente era sottoposta a un intervento desueto per una conformazione ideologica».
«Una similitudine interessante, tra l’introduzione del metodo Karman e quella dell’aborto farmacologico, riguarda la reazione di parte del mondo femminista. Ancora ricordo un libro stampato da un collettivo femminista che criticava il metodo Karman perché imputava a quest’ultimo il fatto di esser stato sperimentato in Porto Rico. Quindi in barba al metodo, se migliore o meno, rivendicavano il fatto di dover fare il raschiamento. Lo stesso atteggiamento, paradossalmente, c’è stato in alcune frange del femminismo rispetto all’aborto farmacologico. Tra la letteratura riconducibile a quest’argomento, vi è il libro di Eugenia Roccella contro il metodo farmacologico: “La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola RU486”, in cui additava chi voleva perseguire questo metodo, come qualcuno che voleva lasciare la donna abbandonata a sé stessa e soprattutto voleva liquidare la questione interruzione della gravidanza».

«La metodologia è molto sicura ed è stata una scoperta di Etienne Beaulieu, introdotta per la prima volta in Francia nell’89. Decisiva in Italia è stata la pandemia da Covid-19, perché le nuove linee guida hanno deospedalizzanto la procedura per limitare gli accessi in ospedale. Le indicazioni delle società scientifiche raccomandano che, dal momento in cui la donna richiede l’interruzione della gravidanza al momento in cui avviene la procedura, che sia chirurgica o farmacologica, passi il minor tempo possibile. L’estensione a nove settimane anziché a sette, riguarda lo svolgimento della procedura in regime di ricovero in day hospital. Questo perché la perdita di sangue oltre le sette settimane è più importante ed è necessario che la procedura venga svolta in ambito sanitario».
«Il problema dell’obiezione di coscienza va articolato e capito molto bene. Per esempio, la procedura farmacologica, a volte è stata ostacolata più dai non obiettori perché siamo di fronte a un capovolgimento della relazione medico-paziente. Nel caso del chirurgico, la paziente si affida al medico, mentre nel caso del farmacologico il medico deve mettere in condizione la paziente di verificare il buon andamento della procedura. Quindi si deve, in qualche modo, informare nel miglior modo possibile la paziente e darle le garanzie che il procedimento potrà essere seguito funzionalmente da una struttura sanitaria. Il collegamento funzionale con la struttura sanitaria e l’ospedale, infatti, è fondamentale. Questo forse le linee d’indirizzo del Ministero della Salute lo dicono, ma sarà bene lavorarci su perché ci saranno dei medici ospedalieri che si troveranno a dover far fronte a delle possibili complicanze dell’aborto farmacologico, quindi è necessario formare i medici dei servizi d’interruzione di gravidanza e i ginecologi ospedalieri poiché chi non conosce la procedura potrebbe semplicemente chirurgizzare tutto».
di Carmelina D’Aniello e Rossella Schender
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