L’8 agosto 2020, il Ministro della Salute Roberto Speranza aggiornava le linee guida sull’aborto farmacologico tramite l’assunzione della pillola RU486, dopo 11 anni dall’approvazione italiana della stessa.

Una norma che ha rappresentato un traguardo importante per la conquista dei diritti delle donne, che dal 1978 avanzano verso l’autodeterminazione. Una storia, quella del diritto di scelta, che è stata scritta da personalità come Mirella Parachini, ginecologa radicale e vice-presidente della FIAPAC, che da 40 anni assiste le donne nel percorso di interruzione della gravidanza. Dalla militanza nel partito Radicale all’esperienza nei consultori, la dott.ssa Parachini continua a occuparsi delle donne, del diritto di scelta e della libertà di ricerca scientifica, fuori e dentro la sala operatoria.

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Dai “cucchiai d’oro” al metodo Karman, fino alla somministrazione della pillola abortiva, la storia dell’aborto in Italia è stata ampiamente ostacolata. L’approvazione delle nuove linee sulla RU486, infatti, arriva anche in seguito a un’iniziativa della Regione Umbria, che nel mese di giugno aveva emanato un provvedimento regionale in cui venivano imposti tre giorni di ricovero per la somministrazione della pillola abortiva, contraddicendo le linee guida dell’OMS. Secondo queste ultime, infatti, la procedura farmacologica è distinta in più fasi, che si basa sull’assunzione di almeno due principi attivi diversi, il mifepristone (meglio conosciuto col nome di RU486) e una prostaglandina, a distanza di 48 ore l’uno dall’altro. Il mifepristone, interessando i recettori del progesterone, necessari per il mantenimento della gravidanza, causa la cessazione della vitalità dell’embrione; l’assunzione del secondo farmaco, della categoria delle prostaglandine, ne determina l’espulsione.

Una decisione quella della governatrice leghista, Donatella Tesei che, giustificando il provvedimento come un modo per salvaguardare la salute della donna, non ha fatto altro che porre la stessa in una posizione di disagio e difficoltà, limitando i suoi diritti. Tant’è che è stato poi chiarito, dallo stesso Istituto Superiore di Sanità, la sicurezza del IVG farmacologico, metodologia che non minaccia in nessun modo la salute della donna. Argomento sul quale la dott.ssa Parachini ha ritenuto opportuno sottolineare la necessità di formazione del personale medico che si approccia alla somministrazione del farmaco abortivo.

Il partito Radicale è stato sicuramente determinante nella lotta per i diritti civili. Cosa ricorda di quella militanza?

«La campagna per arrivare alla legge 194 è stata molto lunga e ha visto delle cose straordinarie da raccontare oggi, come la mobilitazione attraverso la disobbedienza civile di persone come Emma Bonino, Adele Faccio e Giancarlo Spadaccia le quali, autodenunciando il loro coinvolgimento nelle pratiche di aborto clandestino, sono state arrestate. Un’altra cosa che è bene ricordare sono stati i movimenti di Self Help, gruppi di donne organizzate che praticavano le interruzioni di gravidanza pubblicamente. Un’esperienza che ha spostato il clandestino dal nascondiglio alla luce del sole, nonostante la struttura sanitaria non fosse ancora attrezzata. È bene ricordare che se la legge 194 non fosse stata approvata in quella seduta, il 22 maggio 1978, sarebbe scattato il Referendum promosso dai Radicali che avrebbe abrogato le norme del codice Rocco, che considerava l’aborto un delitto contro la stirpe. Quindi, anche quella è stata una grossa spinta».

Cosa ci sa dire del periodo di transizione, che ha visto il metodo dell’isterosuzione sostituirsi al raschiamento?

«Nel Settantotto ero una neolaureata e, per molti di noi, il primo contatto con un caso d’interruzione di gravidanza, ha rappresentato una vera e propria palestra. Stiamo parlando naturalmente del metodo Karman, una modalità chirurgica innovativa che si basa sull’aspirazione dell’embrione, l’isterosuzione, che si sostituisce al raschiamento. Era il periodo dei famosi “cucchiai d’oro”, definizione che si dava a chi, praticando l’aborto chirurgico, si arricchiva lavorando in modo clandestino. Tuttavia, il metodo Karman veniva talmente associato all’aborto volontario che, le donne con aborto spontaneo, venivano automaticamente sottoposte a un raschiamento. Dunque, quella paziente era sottoposta a un intervento desueto per una conformazione ideologica».

Qual è stato il ruolo dei movimenti femministi nell’evoluzione dell’aborto?

«Una similitudine interessante, tra l’introduzione del metodo Karman e quella dell’aborto farmacologico, riguarda la reazione di parte del mondo femminista. Ancora ricordo un libro stampato da un collettivo femminista che criticava il metodo Karman perché imputava a quest’ultimo il fatto di esser stato sperimentato in Porto Rico. Quindi in barba al metodo, se migliore o meno, rivendicavano il fatto di dover fare il raschiamento. Lo stesso atteggiamento, paradossalmente, c’è stato in alcune frange del femminismo rispetto all’aborto farmacologico. Tra la letteratura riconducibile a quest’argomento, vi è il libro di Eugenia Roccella contro il metodo farmacologico: “La favola dell’aborto facile. Miti e realtà della pillola RU486”, in cui additava chi voleva perseguire questo metodo, come qualcuno che voleva lasciare la donna abbandonata a sé stessa e soprattutto voleva liquidare la questione interruzione della gravidanza».

La legge 194 quest’anno ha compiuto 42 anni. Perché e in che punti andrebbe modificata?

RU486«Molto spesso ci si batte con lo slogan “la 194 non si tocca”, io penso che vada toccata. D’altronde dopo 42 anni ci saranno sicuramente dei punti da rivedere. Per me che lavoro nell’applicazione della 194, forse il punto più importante e dolente riguarda un aspetto della legge che è assolutamente minoritario, cioè: l’aborto oltre i primi 90 giorni, i cosiddetti “aborti terapeutici” che avvengono normalmente per salvaguardare la salute fisica o psichica della donna. Quando viene formulata una diagnosi di malformazione fetale, si deve ricorrere all’interpretazione degli art. 6 e 7 della legge e succede spesso che non si riesca a garantire l’interruzione di gravidanza. Questo perché, all’interno dello stesso art. 7 viene precisato che se il feto è dotato di possibilità di vita autonoma, non si può ricorrere all’interruzione della gravidanza se non per il rischio di vita della paziente. Qui c’è tutto il paradosso italiano: chi fa diagnostica prenatale non è tenuto a seguire la donna anche nell’ipotesi malaugurata di una malformazione. Normalmente le donne ci riferiscono, a seguito di percorsi molto farraginosi e dolorosi, di essere state abbandonate. Ricordiamoci che la legge impone all’ente ospedaliero di garantire, in ogni caso, l’espletamento della procedura. Quindi, è solo in virtù del fatto che la legge venga disapplicata che un ospedale dichiara di non poter far nulla. Arrivo persino a dire che, su questo punto, se venisse applicata correttamente, non dovrebbe essere cambiata. Un’altra cosa che abolirei è il periodo di sette giorni obbligatorio di riflessione, cosa che in Francia, dove la legge dal ‘75 è stata modificata più e più volte, è stata già fatta. Anche perché è una cosa un po’ insultante non solo per la donna, ma anche per l’operatore. Quella norma va assolutamente abolita in nome del rispetto della scelta e dell’autodeterminazione della donna, tenendo conto che ciò non significa che in alcuni casi non ci sia il bisogno di un periodo di riflessione. Noi ovviamo ormai a questa disposizione di legge utilizzando la procedura d’urgenza che è prevista dalla legge, poiché ritengo che sia giustificabile fare una procedura d’urgenza quando la decisione è presa e quando ci sono delle condizioni che giustificano il non far perdere tempo».

Veniamo all’approvazione delle nuove linee guida circa la pillola abortiva RU486. È sicura questa metodologia?

«La metodologia è molto sicura ed è stata una scoperta di Etienne Beaulieu, introdotta per la prima volta in Francia nell’89. Decisiva in Italia è stata la pandemia da Covid-19, perché le nuove linee guida hanno deospedalizzanto la procedura per limitare gli accessi in ospedale. Le indicazioni delle società scientifiche raccomandano che, dal momento in cui la donna richiede l’interruzione della gravidanza al momento in cui avviene la procedura, che sia chirurgica o farmacologica, passi il minor tempo possibile. L’estensione a nove settimane anziché a sette, riguarda lo svolgimento della procedura in regime di ricovero in day hospital. Questo perché la perdita di sangue oltre le sette settimane è più importante ed è necessario che la procedura venga svolta in ambito sanitario».

Come si articola il problema dell’obiezione di coscienza nell’ambito dell’IVG farmacologico?

«Il problema dell’obiezione di coscienza va articolato e capito molto bene. Per esempio, la procedura farmacologica, a volte è stata ostacolata più dai non obiettori perché siamo di fronte a un capovolgimento della relazione medico-paziente. Nel caso del chirurgico, la paziente si affida al medico, mentre nel caso del farmacologico il medico deve mettere in condizione la paziente di verificare il buon andamento della procedura. Quindi si deve, in qualche modo, informare nel miglior modo possibile la paziente e darle le garanzie che il procedimento potrà essere seguito funzionalmente da una struttura sanitaria. Il collegamento funzionale con la struttura sanitaria e l’ospedale, infatti, è fondamentale. Questo forse le linee d’indirizzo del Ministero della Salute lo dicono, ma sarà bene lavorarci su perché ci saranno dei medici ospedalieri che si troveranno a dover far fronte a delle possibili complicanze dell’aborto farmacologico, quindi è necessario formare i medici dei servizi d’interruzione di gravidanza e i ginecologi ospedalieri poiché chi non conosce la procedura potrebbe semplicemente chirurgizzare tutto».

di Carmelina D’Aniello e Rossella Schender

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°209
SETTEMBRE 2020

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