informareonline-eduardo-castaldoLa vita e la carriera di Eduardo Castaldo ruotano attorno alla fotografia e prendono forma dietro ad una macchina fotografica, acquistata per coltivare il sogno di diventare regista e di trovarsi, un giorno, in un set cinematografico. Oggi Eduardo collabora con la serie televisiva “L’Amica Geniale” come fotografo ed è l’autore del murale dedicato alla serie, realizzato nel Rione Luzzatti a Napoli e inaugurato lo scorso Gennaio. Prima di tutto questo ha dovuto, per esigenze personali, seguire una strada diversa, senza abbandonare la fotografia. Da acerrano decise di dedicarsi all’emergenza rifiuti nel 2006, in un periodo in cui se ne parlava solo a livello locale, e realizzò un servizio a riguardo. Quando esplose la questione a livello mediatico, le sue foto furono pubblicate sulla prima pagina di “Le Monde” e dei più importanti giornali internazionali. Così comincia a lavorare come fotogiornalista, arrivando anche a vincere il World Press Photo, anche se il suo rapporto con questo mondo è sempre stato conflittuale.

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Foto di Eduardo Castaldo

Una fotografia può essere un mezzo di buona informazione?
«La fotografia ha un grosso potere comunicativo, il problema è l’uso che comunemente ne fanno i giornali. È determinante il modo in cui si veicola e l’intento di chi la pubblica, perché può convincere di una cosa o del contrario, sostenere qualcosa di finto o di negativo. Basta una didascalia a travisarne completamente il significato. Una foto si sottopone a più interpretazioni, sta all’organo di comunicazione stabilire la giusta da darle». Per motivi familiari Eduardo si trasferisce, nel 2011, per 4 anni in Palestina e per 3 in Egitto. L’esperienza lavorativa come fotogiornalista e fotoreporter continua in Medio-Oriente.
Quali rischi comporta svolgere questo lavoro in quei contesti?
«Io non sono uno spericolato, ma allo stesso tempo svolgevo un lavoro e dovevo trovare un equilibrio. Poche volte mi sono trovato in situazioni di pericolo totale. Ricordo che arrivai Al Cairo mezz’ora prima che scoppiasse la rivoluzione egiziana. Quella è stata un’esperienza umana unica. Mi trovai in mezzo a uomini, donne e persino bambini disposti a morire. Il livello di guardia e di difesa della gente intorno a me era nullo. In quel contesto di energia collettiva, nonostante la drammaticità, venni coinvolto appieno e non avevo paura.
A pensarci oggi mi vengono i brividi».
Perché dopo l’esperienza lavorativa in Medio Oriente hai lasciato il mondo del fotogiornalismo?
«In quel periodo ho vissuto esperienze umane molto forti, fotografato il dolore e la sofferenza in situazioni drammatiche. Molto spesso, però, le foto sono state usate per qualcosa che io non condividevo oppure venivano travisate da siti e giornali. Così man mano aumentava il mio cinismo e quando con Internet il mondo dell’informazione e l’economia legata ad esso hanno cominciato a sgretolarsi, ho completamente accantonato i lavori realizzati. Non ho mai neanche lontanamente pensato di realizzare mostre esponendo il dolore degli altri».
Come è stata la collaborazione con “L’Amica Geniale?”
«Avevo letto i libri di Elena Ferrante e mi erano piaciuti tantissimo. Avere la possibilità di raccontare con le immagini ciò che ho vissuto e amato così tanto, è stato bellissimo. In più c’è il fatto che le scenografie, le luci, i costumi e il set sono ricostruiti sulla base delle fotografie iconiche della Napoli degli anni ‘50. Ho avuto la possibilità di riprodurre le fotografie che mi hanno formato».
Cosa raffigura il murale dedicato alla serie?
«Riporta le protagoniste “Lila e Lenù” e i loro professori, dal momento che la storia si basa sul mondo dell’istruzione e che a commissionarmi è stata la Biblioteca Luzzatti, dove è stata per gran parte ambientata la storia.
Ma questo progetto continuerà ancora a lungo. Con la produzione stiamo preparando una mostra fotografica che molto probabilmente si farà al Museo Madre di Napoli, in contemporanea con installazioni nel Rione Luzzatti per portare “fisicamente” i segni di questa storia. Un progetto atipico e esclusivo per una serie televisiva».
Dove speri di vederti tra qualche anno?
«Vorrei realizzare come regista una sceneggiatura che ho scritto, ma in generale voglio lavorare nell’ambito della comunicazione. Spero di dedicarmi a progetti in cui credo».

TRATTO DA Magazine Informare N° 191
Marzo 2019

 

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