Una vecchia canzone di Giorgio Gaber ci insegna che ‘libertà è partecipazione…’ .

Tra poco saremo tutti chiamati a convalidare (sì) o meno (no) una legge di revisione costituzionale che concerne la riduzione del numero di deputati (da 630 a 400) e dei senatori (da 300 a 200), così incidendo in modo sensibile sulla ‘quantità’ dei rappresentanti del popolo chiamati ad esercitare la funzione legislativa.
Il fatto che tale appuntamento, in molti casi (tra cui la Regione Campania) coincida con il rinnovo di organi elettivi territoriali non deve farci perdere di vista il significato profondo del referendum costituzionale, che merita una riflessione alta e libera da logiche di appartenenza.
La Costituzione del 1948, nata dalla resistenza, è la ‘pietra angolare’ su cui è costruito lo stato democratico e racchiude nei suoi articoli – spesso inattuati – le garanzie fondamentali di ogni cittadino, così come disegna i limiti di azione delle contingenti maggioranze parlamentari.
E’ noto che la ‘rigidità’ della Costituzione (una legge ordinaria non può violare uno dei principi espressi in costituzione) non significa ‘immodificabilità’ del testo costituzionale. Alcune riforme sono state, nel corso del tempo, attuate mentre altre proposte di revisione costituzionale (anche di recente) sono state bocciate dal corpo elettorale, in un contesto che vede il popolo ultimo controllore delle scelte adottate dalla maggioranza (semplice) dei propri rappresentanti.

Ma veniamo al punto.

Nel caso di specie si vuole, da parte dei proponenti, revisionare i soli articoli dedicati alla composizione delle assemblee elettive, con un sensibile taglio numerico. A fronte della ‘crisi’ della politica – ormai non percepita più come sintesi nobile degli interessi collettivi – e della riduzione di ‘peso’ del parlamento (dovuta anche ad oggettivi problemi di funzionamento derivanti dal bicameralismo perfetto) si ipotizza, da parte dei sostenitori del ‘sì’, un effetto benefico rapportato alla ‘restrizione dell’imbuto’, con risparmio in termini di costi e possibile effetto indiretto di miglior selezione dei soggetti chiamati ad esercitare la funzione. Va però subito notato che la proposta legislativa non si inserisce in un contesto più ampio e tocca esclusivamente l’aspetto del numero dei rappresentanti, lasciando invariate le altre norme costituzionali che disciplinano la funzione legislativa. Né si collega la revisione ad una effettiva modifica della legge – ordinaria – elettorale, vero snodo problematico degli ultimi vent’anni di dibattito politico-istituzionale.

Ma, per capire meglio, facciamo qualche conto ed un po’ di storia.

Fermando l’attenzione sulla Camera dei Deputati, il testo originario dell’articolo 56 della Costituzione non era scritto – nel 1948 – come risulta adesso. In sede di Assemblea Costituente si preferì adottare un criterio matematico basato sul rapporto tra elettori ed eletto, indicando la proporzione di un (deputato) ogni 80.000 abitanti. La logica pare essere quella di garantire una rappresentanza il più possibile ‘vicina’ ai territori e alle sensibilità delle realtà sociali e culturali. Se non fosse intervenuta una legge di riforma, nel 1963, la crescita demografica (dai 47 milioni di abitanti del 1950 agli attuali 60 milioni e più) avrebbe portato il numero attuale dei deputati a circa 750. La legge n.2 del 1963 ‘blocca’ il rapporto proporzionale tra popolazione e rappresentanti, adottando il numero ‘fisso’ dei 630, numero che peraltro – se andiamo a consultare gli annuali Istat – rispettava la proporzione, in quel momento storico, tra popolazione ed eletti disegnata nel testo originario (1 deputato ogni 81.000 abitanti). La proporzione attuale – con 630 deputati – è diventata quella di un eletto ogni 95.000 abitanti.
L’attuale proposta di modifica (taglio a 400) porta quel rapporto (eletto/abitanti) alla proporzione di uno ogni 150.000.
Per il Senato il rapporto diventa uno ogni 200.000.

La riflessione, dunque, deve passare dalla consapevolezza di questi dati. Il risvolto negativo della riforma, per come impostata – al di là della sua ‘parzialità di ambito’ – sembra essere proprio la realizzazione di una ‘distanza’ ancora maggiore tra il corpo elettorale – e le sue frazioni – ed ogni singolo eletto.
Se a ciò si uniscono le incognite sui contenuti della legge elettorale (con possibile esaltazione dei premi di maggioranza, non previsti in Costituzione) non è difficile ipotizzare, in caso di conferma della riforma, uno spazio ancor più ridotto per le minoranze, di qualunque colore esse siano, così come per la rappresentanza delle piccole entità territoriali.
Certo, si dirà che anche adesso la ‘qualità’ degli eletti non appare eccelsa ed il rapporto con i territori è, salvo rari casi, sporadico se non assente.
Si dirà che ormai le scelte politiche ‘vere’ sono sempre di più nelle mani di pochi, spesso influenzate da ondate emotive innescate dai media. Ma il problema, a nostro parere, è proprio questo.

Siamo sicuri che ridurre il numero serva a combattere le degenerazioni della rappresentanza?

Cogliamo l’occasione per riflettere sulla selezione del personale politico, recuperiamo il valore profondo del voto, ricominciamo a partecipare davvero alla costruzione del nostro futuro, reso sempre più precario dalle ricorrenti emergenze. Cerchiamo di evitare che, tornando a Gaber, libertà diventi: ‘veder partecipare altri’.

di Raffaello Magi

 

BIOGRAFIA

Raffaello Magi, magistrato dal 1993, è attualmente consigliere presso la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, in Roma. Dal 1994 al 2012 ha prestato servizio presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con funzioni di Gip, di Giudice a latere della Corte di Assise e di Presidente del collegio penale. Presso la Corte di Assise è stato il giudice estensore di rilevanti sentenze in processi di criminalità organizzata. Tra queste, la sentenza sull’omicidio del sindacalista Franco Imposimato e quella del noto maxiprocesso Spartacus 1.
Ha presieduto il Collegio per le Misure di prevenzione, con realizzazione di sequestri e confische ai danni del clan dei casalesi. Presso la Corte di Cassazione si è occupato – quale relatore – di numerosi casi di omicidio, e di processi di criminalità organizzata, tra cui quello relativo alla nota operazione Crimine sulle cosche di ‘ndrangheta della provincia di Reggio Calabria. Ha pubblicato, nel 2011, per la casa editrice L’ancora del mediterraneo, il volume “Dentro la giustizia”.

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°209
SETTEMBRE 2020

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