Io li ricordo quei volti. C’era chi si fingeva interessato ma poi nel concreto non ti dava credito. C’era qualcun altro che neanche ti faceva oltrepassare la soglia, ma preferiva che gli consegnassi quel curriculum lanciandolo dal marciapiede, come quel quotidiano gestito dalla chiesa dove un giorno, a Roma, bussai. Altri ti parlavano solo per raccontarti le loro gesta, ma si tenevano ben stretto quello che avevano senza lasciarti speranze. C’erano poi i maghi della retorica che pretendevano che lavorassi gratis (“tanto per te è esperienza”) e siccome poi gli avevano insegnato anche il galateo del diciannovesimo secolo, non si facevano scrupolo a pretendere che tu lo facessi per davvero. E c’era chi nemmeno ti rispondeva alle telefonate o alle email, metà senatore metà editorialista: a costui, scrissi una lunga lettera perché mi era piaciuto il suo fondo sui giovani e sulla fuga dei ragazzi dal nostro Paese. E ricordo anche la sensazione di sconfitta, la presa di coscienza del distacco fra ciò che si dice o si scrive (come nel caso del senatore bifronte) e ciò che si è veramente. Al centro, nel bel mezzo delle parole, c’è una enorme bugia. E siccome ora, sulla soglia dei 40 anni, io ho finalmente imparato cos’è il galateo, ho sperimentato che dire le cose come stanno veramente, dirlo in faccia, evitare di salutare chi ritieni sia un nemico, è una grossa liberazione. Per questo non ho timore di dire che in Italia, al Sud, i giovani sono ancora maltrattati, considerati un fastidio e non una risorsa. E non mi meraviglio se dopo quasi venti anni dai miei vent’anni c’è Antonio di Marcianise che di anni ne ha proprio 20 e vorrebbe non essere valutato come “il giovane che può sbagliare”: tante pacche sulle spalle e niente monete in mano. «Mi sale quel fastidio lungo la schiena quando mi dicono: sei un ragazzo. È come se fosse un limite – racconta Antonio – il problema dell’Italia, del Sud in particolare, è proprio questo, cioè ritenere la giovinezza una etichetta che significa possibilità di sbagliare. Avere venti anni ora, qui, significa essere considerato un ragazzino, mentre all’Estero la giovinezza è un volano verso il successo».

E penso anche a Flora, la mamma dei due amichetti dei miei figli, volata in Inghilterra perché al marito gli davano solo 800 euro al mese a lavoro, a Napoli. E penso che oltre alla fuga dei cervelli ci sia il rischio concreto, come dice Rosaria Capacchione, che vadano via anche le braccia. Perché qui la communis opinio è sempre quella: «Vanno avanti solo i figli di… e i raccomandati» che spesso non sono i più bravi, ma solo quelli con più conoscenze. E allora che restassero loro in Italia! I nostri giovani devono andar via. Per la verità, mi torna alla mente l’esortazione di Eduardo de Filippo: “Fuitevenne”. E penso che aveva proprio ragione: non riesci a capire cosa ci sia al di là del confine se non provi a scavalcarlo. Ed è inutile prendersela con la politica che non pianifica, non include i giovani, che non si accorge di quante risorse ci sono tuttora sparse lungo il Litorale Domizio. Perché tanto non le vede, non le coglie, forse la politica manco le capisce. Il tutto, succede mentre si attende e si spera che l’ultimo Governo nasca e si ricordi del Sud e della Questione Meridionale ancora aperta, come una ferita. Io me li ricordo quei volti che sono passati di qui a far passerelle promettendo cose che non si sono mai realizzate. Non avevo più i curricula fra le mani perché intanto ero diventata stabile nel mio eterno precariato, ma ora che il nuovo Governo sta per nascere è bene che questi volti dei nuovi ministri e sottosegretari li ricordiate pure voi. Per non farvi prendere più in giro, prima di decidere di andar via.

di Marilù Musto

Tratto da Informare n° 182 Giugno 2018