Tra poco più di due mesi saranno dieci anni. Dieci anni da quando la camorra fece fuoco contro sette ragazzi africani, bravi ragazzi e onesti lavoratori, colpevoli solo di essere neri: come i mister nigeriani, trafficanti di droga, ai quali il capo della paranza di assassini – Giuseppe Setola – aveva chiesto soldi e cocaina, un milione di euro e un chilo di roba. Quei ragazzi non erano nigeriani, non conoscevano il capo di quella comunità, se ne tenevano anzi alla larga perché non volevano guai. E così lavoravano nei cantieri, in campagna, nella sartoria. E pregavano.

Tra poco più di due mesi saranno dieci anni da quando, all’indomani della strage, tutta Castel Volturno – da Ischitella, luogo del massacro, fin quasi a Pescopagano – fu attraversata dal corteo della comunità africana della Domiziana: che scese in piazza contro la camorra e contro chi li voleva tutti colpevoli perché tutti con la pelle più scura degli altri. È stata l’unica e sola manifestazione di piazza contro il clan dei Casalesi, che pure quel luogo aveva amministrato per anni e anni, gestendo i servizi essenziali (distribuzione dell’acqua potabile e raccolta dei rifiuti) e pure gli uffici del Comune, per due volte sciolto a causa di quelle connivenze. E non si può non pensare a quel giorno, il 19 settembre del 2008, guardando in queste ore le immagini di altri giovani uomini, di tante donne, di bambini piccoli, uccisi non dal piombo ma dal cinico mainstream che oggi li vuole non complici dei trafficanti nigeriani ma degli scafisti che li scaricano in mare, lasciando che altri decidano se quegli esseri umani meritino o no di vivere, ribaltando la questione e scaricando – ancora una volta – sulle vittime le responsabilità delle altrui gesta criminali. E della incapacità, non solo attuale, di gestire una delle più grandi migrazioni della storia. Castel Volturno è un pezzetto di mondo, dove le stesse contraddizioni si consumano da oltre trent’anni. Abbandonata a se stessa dopo il miserevole crollo dell’illusione, costruita sulla sabbia demaniale, di trasformarla nella Bengodi del turismo meridionale; ferita dal progressivo deterioramento del suo patrimonio immobiliare – seconde case occupate prima dai senzatetto del terremoto, poi del bradisismo di Pozzuoli; incapace di risollevarsi con forze proprie; Castel Volturno, dunque, è il laboratorio di violenze e razzismo che non hanno mai smesso di covare sotto la cenere e che potrebbero riesplodere da un momento all’altro. La comunità africana è numerosa, più numerosa di quella degli invisibili che arrivano dall’hinterland napoletano, spesso nella speranza di non farsi trovare. Una massa informe e indistinta che sfugge a censimenti (quelli dell’Istat, naturalmente) e che rende impossibile la pianificazione dei servizi. Dura da oltre trent’anni, dicevamo, ma in questo lunghissimo tempo sarebbe stato necessario non solo una sorta di piano Marshall per dare ristoro di lungo periodo alla comunità castellana nella sua interezza, ma soprattutto un ridisegno socio-urbanistico del litorale. Castel Volturno è città di frontiera, lunga ventisette chilometri, senza luoghi di aggregazione riconosciuti e riconoscibili, senza unità d’intento e di pensiero. È la somma di oltre trentamila monadi che per decenni hanno riconosciuto, come forza aggregante, solo il dominio della camorra. Eppure gli innesti di donne e uomini arrivati da altri Paesi e da altre culture potrebbero trasformarla in una sorta di Stati Uniti d’Italia: la diversità e il progresso, il melting pot e la ricchezza. Basterebbe solo sognare. E fare.

di Rosaria Capacchione

Tratto da Informare n° 183 Luglio 2018

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