È legittimo vietare di indossare il velo sul luogo di lavoro

Ilaria Ainora 29/11/2023
Updated 2023/11/29 at 3:16 AM
3 Minuti per la lettura

Lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Unione europea: una pubblica amministrazione può vietare di indossare sul luogo di lavoro qualsiasi segno idoneo a rilevare convinzioni filosofiche o religiose. Quindi, nessuna discriminazione, se questa regola viene applicata a tutto il personale e in proporzione allo scopo perseguito.

Il caso del divieto del velo sul luogo di lavoro

La vicenda riguarda una dipendente del comune di Ans in Belgio, impiegata in un ufficio senza contatto con il pubblico. Alla dipendente era stato vietato di indossare il velo a lavoro. Poco dopo, il Comune ha modificato il proprio regolamento, vietando qualsiasi forma di proselitismo e di indossare segni vistosi della propria appartenenza ideologica o religiosa ai dipendenti, ivi compresi quelli che non sono a contatto con gli utenti. 

Il rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia

Il Tribunale del lavoro di Liegi, adito dalla dipendente, si è interrogato sulla contrarietà della regola di rigorosa neutralità stabilita dal Comune al diritto dell’Unione. Ha quindi investito della questione la Corta di Giustizia, avvalendosi del noto strumento del rinvio pregiudiziale. Tale istituto, infatti, consente ai giudici di rivolgersi alla Corte in merito all’interpretazione del diritto europeo e alla validità di un atto dell’Unione. 

La decisione della Corte 

Creare un ambiente amministrativo totalmente neutro è una finalità legittima, così come apparirebbe legittima la decisione di consentire di indossare segni visibili di convinzioni, in particolare filosofiche o religiose, anche nei contatti con gli utenti. Rientra, infatti, nella discrezionalità degli Stati membri promuovere la neutralità del servizio pubblico, purché cioè sia perseguito in modo coerente e sistematico, con misure limitate allo stretto necessario.

Ai giudici nazionali toccherà, poi, verificare il rispetto di tali criteri. La Corte ha, dunque, ribadito un orientamento espresso in precedenti pronunce. Si ricorda, da ultimo, una sentenza del 2022, in cui la Corte, richiamando rilevava come una disposizione di un regolamento di lavoro di un’impresa che vieta ai dipendenti di manifestare verbalmente, con l’abbigliamento o in qualsiasi altro modo le convinzioni religiose o filosofiche, non costituisce una discriminazione diretta «basata sulla religione o sulle convinzioni personali», ai sensi del diritto dell’Unione, a condizione che tale disposizione sia applicata in maniera generale e indiscriminata. 

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