Dubai, tra storia e architettura

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Dubai. Ecco, appena dico “Dubai” c’è il solito aspirante snob che finge di storcere il naso con la solita frasetta: “un centro commerciale …”.

Niente di più banale, tanto più che Dubai ha una storia e, soprattutto, è una delle grandi capitali del “sogno”, insieme ad altre capitali degli Emirati come Abu Dhabi o Doha.  Sono luoghi dove da decenni con audacia prometeica si sta letteralmente riscrivendo il concetto di spazio, di volume, dove la terra, statica per definizione, sfida quotidianamente il mare, il cielo, il vento, dove gli edifici non solo hanno ribaltato il rapporto fra interno ed esterno frantumando l’idea di ‘muro’, ma stanno imparando anche a muoversi, ad aver vita propria in relazione al sole, all’ombra, alla luce, come quelli progettati dall’architetto italo-israeliano David Fisher (laureato e prof. a Firenze).

La questione non è nuova e investe tutto il Novecento in tutto il mondo, ma qui, fra le palme, la sabbia e i pescatori di perle del Golfo Persico prende vita e si fa quotidiano futuro, pur partendo da molto lontano.

È bene ricordare che l’Exposition des Arts Décoratifs del 1925 poneva in maniera provocatoria e nuova, con ésprit nouveau appunto, un problema che diede e dà un brivido agli architetti ‘fabbricatori’: l’architettura in che rapporto è con lo spazio? Si potrebbe dire tout-court che l’architettura è scienza composita che frange, taglia con linee e forme e volumi lo spazio naturale per pervenire ad una tectura. La questione si complica quando passiamo alla domanda successiva: ma la tectura è anche textura o quest’ultima è un dettaglio esclusivamente “decorativo” (con tutto il carico di negatività che per secoli ha accompagnato questo aggettivo) una variabile indipendente rispetto alla grande scrittura volumetrico-spaziale del “corpo di fabbrica”?

Il Novecento ha stravolto proprio questi rapporti che per lunghi secoli hanno accompagnato la trama e l’ordito dell’architettura per cui era regola fondamentale che alla facies, alla facciata, intesa qui in maniera lievemente impropria nel senso più generale di “esteriorità” (cfr. s.v. ‘Facciata’ in Dizionario  enciclopedico di architettura e urbanistica, dir. da P. Portoghesi, Roma 1968: ”secondo il Tommaseo quella che… fa l’uffizio che fa viso tra le molte membra del corpo”.), dovesse corrispondere un’interiorità che, dunque, se non era in corrispondenza biunivoca, da essa dipendeva in una relazione sì gerarchica, ma sincronica, secondo il dettato settecentesco del ‘vitruviano’ Francesco Milizia: ”Le facciate sono perfette quando colla decorazione, colla simmetria e coll’euritmia esprimano adequatamente quella distribuzione interna e quella costruzione le quali convengono alla natura dell’edifizio”.

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Lo so, si sente la musica della commodulatio

Il Novecento vede, insomma, la disarticolazione del rapporto di stretta interrelazione fra interno ed esterno, tra la facies e le parti del corpo, secondo le teorie di Loos e questo non vale solo per l’architettura, ma più in generale per il Design, in particolare il design per la moda, che perviene alla scissione dicotomica fra la tectura e la textura, l’abito e la sua struttura funzionale, il corpo, che arriva al pericoloso limite di struttura portante (skeletos), mentre l’abito vive di vita propria, diventando talora puro ikelon, pura immagine di sé tenuta in vita dalla griffe. Se per il buon borghese ottocentesco si può dire che grazie all’abito-habitus “le apparenze diventano non tanto una superficie, quanto lo specchio di un’essenza”, per l’antiborghese del secondo Novecento si potrebbe dire che le apparenze rischiano di farsi specchio di un’assenza: la ‘moda’ ha preso il posto del buon gusto e talora del buon senso.

L’architettura come il design, dunque, ha attraversato il Novecento con molti problemi teorici provocati anche dalle nuove rivoluzionarie tecnologie, ma per quanto qui ci riguarda, con una quaestio irrisolta relativa al rapporto fra interno ed esterno, non solo nel senso del rapporto tra la fabrica ed il suo con/testo, ma anche nel senso del rapporto fra interno ed esterno della fabrica stessa soprattutto in un luogo ‘assoluto’ come Dubai.

Ovviamente la premessa di tale quaestio è la definizione, o meglio: una delle possibili definizioni dello spazio.

Se lo spazio, infatti, viene inteso come un vacuum, allora è possibile immaginare un’architettura che viva di vita propria creandosi, grazie alla potèstas dell’architetto, uno spazio suo, del tutto autoreferenziale quanto demiurgico grazie a giochi di linee e di forme che inventano volumi che, a loro volta, scrivono e si inscrivono sullo/nello spazio, senza altra regola se non quella funzionale, prima ancora che estetica, in rapporto solo a se stessi. A ben pensare, è questa la dimensione teorica di quanti pensano di poter fare e fanno (purtroppo!) la stessa fabrica a Tunisi come a Malindi, lo stesso albergo ad Acapulco come a Kérala.

Penso ancora, a titolo esemplare, al caso di Kenzo Tange che progetta il centro direzionale (nomen, sed non omen) di Napoli ‘a prescindere’ da quasi tutto, a partire dal paesaggio, i suoi colori, la sua akoè, le sue luci, le sue prospettive naturalmente date: gli edifici sono pensati per guardare se stessi, immemori del concetto prezioso di ‘identità dei luoghi’ senza la quale c’è solo straniamento.

A Dubai è incredibilmente accaduto, ma in positivo, proprio questo: architetti geniali hanno ‘inventato’ ex novo una ‘identità dei luoghi’ che ormai vive come memoria remota il festival del dattero o la corsa dei cammelli. Non è un rifiuto: fatto è che le nuove generazioni sono nate e cresciute all’ombra del Dubai Mall invertendo l’orizzonte dei loro padri, orizzonte che non è più orizzontale, ma verticale. Che storia!

di Jolanda Capriglione

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