Il dolore di Bergamo durante la pandemia nel racconto del dott. Gennaro Fiorentino

informareonline-gennaro-fiorentinoDescrivere cosa sia diventata Bergamo durante la pandemia da covid-19 è un’impresa ardua, dietro le immagini che vedevamo tramite smartphone c’è stata una battaglia giocata sul campo, in cui protagonista vi era la grande classe medica italiana. Tra le prime file di questa emergenza vi era anche il dott. Gennaro Fiorentino, Direttore del Reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’Ospedale Humanitas Gavazzeni di Bergamo, originario di Castel Volturno. Il dott. Fiorentino è un professionista di primissimo livello, con esperienze internazionali e grande spirito di dedizione. Con lui abbiamo parlato di Bergamo, del ricordo della sua adolescenza castellana e delle nuove frontiere della chirurgia mini-invasiva.

Dott. Fiorentino, possiamo dire che la sua strada è iniziata a Castel Volturno. Cosa ha dato il territorio castellano e partenopeo alla sua formazione?

«Benché io sia nato a Napoli, sono cresciuto a Castel Volturno ed è il paese di cui sicuramente mi sento cittadino, dove mio padre Eugenio ha esercitato la professione di medico per tutta la sua vita, al completo servizio della popolazione castellana, senza mai risparmiarsi. Ho continuato gli studi classici a Napoli e poi all’Università Federico II, tappe fondamentali della mia crescita. Successivamente mi sono formato in Svizzera, Francia, Inghilterra e negli Stati Uniti, ma questa è una storia molto lunga. Di Castel Volturno ricordo che spesso studiavo alla foce del Volturno, in un paradiso naturalistico che credo in Italia non abbia eguali. C’erano all’epoca persone di elevato livello socio-culturale che lo frequentavano, era veramente un’oasi di pace. Peccato che quello splendido territorio sia stato abbandonato negli anni, anche se mi sembra che ultimamente ci sia una maggiore attenzione sul Litorale Domizio. Era ed è tuttora un posto splendido, con una bellissima clinica (Pineta Grande Hospital .ndr) che funziona molto bene».

Lei è Direttore del reparto di Ortopedia e Traumatologia dell’Humanitas Gavezzeni di Bergamo, città colpita nel profondo dall’emergenza covid-19. Come ha affrontato, insieme al suo reparto, questa emergenza?

«Sono stato necessariamente coinvolto in prima persona in quell’emergenza, in quella piaga pazzesca. Sono sicuramente giorni indimenticabili che ti scavano nel profondo e che non possono, non devono mai più essere dimenticati. Eravamo lì giorno e notte, eravamo ortopedici prestati alla pneumologia, non esistevano specializzazioni. Eravamo solo tutti medici ed infermieri che facevano di tutto per far respirare le persone che soffocavano. Il ricordo che mai più andrà via dalla mia memoria è lo sguardo dei miei giovani collaboratori affranti, hanno lottato fino all’ultima goccia del loro sudore per salvare più vite possibili, ma in quel periodo ne morivano veramente tanti, troppi. Io spero che oggi la gente capisca, ricordi, segua le regole che in Campania mi sembrano essere molto stringenti, utili… e che quel periodo non torni mai più, me lo auguro».

Com’è stata organizzato l’ospedale Humanitas di Bergamo per affrontare il covid?

«Il mio ospedale ha risposto in modo straordinario, si è convertito completamente in “Covid” subito, abbiamo gestito in questo ospedale solo pazienti covid fino a pochi giorni fa, fino alla fine dell’emergenza. È stato un lavoro enorme anche a fronte del personale che man mano si ammalava. Un lavoro davvero straordinario e non posso che ringraziare l’amministrazione di questo ospedale, ci ha protetti e ci ha gestiti in un modo esemplare».

Qual è il percorso intrapreso dalla medicina nell’utilizzo delle tecniche chirurgiche mini invasive e quali sono le ultime novità nel suo settore?

«La chirurgia di per sé è un gesto invasivo, vale a dire che già quando parliamo di chirurgia parliamo di qualcosa che arreca un danno. Da sempre nel campo della chirurgia si ricercano nuove tecnologie per ridurre al minimo tali danni, e qui sta il concetto di chirurgia mini invasiva. In tutti gli ambiti della chirurgia ci sono tecniche via via sempre meno invasive, nel mio campo ce ne sono varie e vi posso parlare dell’ultima, forse una delle più recenti che io pratico già da molti anni ed è nel campo dell’artrosi dell’anca, quindi della protesica dell’anca. Esiste una tecnica mini invasiva che viene eseguita attraverso un piccolo accesso, si passa attraverso i muscoli mentre prima, per arrivare all’articolazione, bisognava inciderli; questa tecnica riesce a non creare danni ai muscoli e dà numerosi vantaggi al paziente, sia in termini di gestione del dolore post operatorio, sia di recupero funzionale più veloce, ma anche di estetica, poiché parliamo di tagli veramente minimi rispetto al passato. Ce ne sono anche altre come l’artroscopia dell’anca (in Italia siamo in pochi a farla), una tecnica che prevede di rimodellare attraverso due piccoli fori l’articolazione dell’anca che comincia ad avere dei danni che portano poi all’artrosi, quindi è una sorta di prevenzione; una tecnica nuova che ho imparato negli Stati Uniti, in Colorado, e che dà dei risultati veramente strabilianti».

L’Italia è sulla strada giusta per quanto riguarda la sperimentazione nel campo medico di nuove tecnologie?

«Siamo una classe medica eccezionale in Italia, garantiamo un servizio pubblico completo e riusciamo anche ad investire dei soldi nella ricerca. Ci sono delle menti brillanti e molte tecniche nuove nascono proprio in Italia».

di Antonio Casaccio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

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