Donne in Nero

Gerusalemme Ovest, 1988. Un gruppo di sette pacifiste israeliane vestite di nero inizia a manifestare ogni settimana, in un silenzio assordante, contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte del governo di Israele. Sono disposte a mettere a repentaglio la propria vita, unite sotto lo slogan “non in nostro nome”. Da allora le Donne in Nero sono cresciute, fino a diventare una rete internazionale, approdando in Italia attorno al 2000, tramite la ex europarlamentare Luisa Morgantini. 

Chi sono le Donne in Nero

Non sono un gruppo politico né un’associazione ufficializzata, si definiscono piuttosto un movimento orizzontale schierato contro la violenza, la guerra e la violazione dei diritti umani e civili. Hanno scelto come simboli il nero, somma di tutti i colori e segno di non appartenenza ad alcuno schieramento politico, e il silenzio, per far sì che fossero i loro corpi a parlare e a dire “no” alla violenza. 

Le parole di Erminia Romano

Abbiamo intervistato Erminia Romano, insegnante napoletana e membro del movimento da quasi vent’anni, con il quale ha partecipato a numerosi viaggi in Medio Oriente allo scopo di promuovere una risoluzione pacifica dei conflitti. 

Erminia ci accoglie mostrandoci un testo tratto da “Golda ha dormito qui”, l’ultimo libro della scrittrice palestinese Suad Amiry, nel quale ha trovato la sintesi delle motivazioni che l’hanno spinta ad unirsi alle Donne in Nero. “L’interposizione pacifica delle Donne in Nero (…) tra le due guerre, tra le guerre di due governi, più che tra i due popoli, mi ha attratto subito come atto di Vita che rifiuta di vedere nell’altro un nemico”, scrive Erminia nel libro dell’Amiry. 

«Andare lì per me significava fare antiterrorismo», ci spiega Erminia. «Dimostrare a quei popoli che c’era qualcuno che si interessava alla loro storia e alla loro sofferenza, voleva dire anche dare un senso alla loro resistenza». Ci racconta dei presidi svolti a Gerusalemme, città contesa dalle tre religioni monoteiste, di fronte agli attacchi e agli sputi di molti israeliani, e della collaborazione con Juliano Mer-Khamis e con il suo Teatro della Libertà allestito nella città di Jenin, dove poi è stato ucciso. 

Il racconto della sua esperienza

Ci racconta, inoltre, della collaborazione con il musicista Daniele Sepe, volta a raccogliere fondi da devolvere alle donne Palestinesi. Erminia ha viaggiato in Kurdistan, in Jugoslavia, in Turchia, ma il viaggio durante il quale hanno consegnato il ricavato del concerto, ci spiega, è stato l’esperienza che più l’ha segnata di quelle condivise con il movimento. «Ci fu un attentato kamikaze», racconta. «Eravamo ospiti a casa di un’amica e l’unità ospedaliera a cui dovevamo consegnare i soldi ci telefonò per dirci che dovevamo andarcene subito, perché presto sarebbero arrivati i carri armati e avrebbero chiuso tutti in casa. La sera sentivamo gli spari in lontananza, ma per quella gente, che vive di guerra, è normale ormai».

La mission delle Donne in Nero

A livello nazionale, le Donne in Nero cercano di essere quanto più incisive possibile sui loro esecutivi. «Se i nostri governi smettessero di avere scambi commerciali con Israele avremmo un enorme impatto sulla loro economia, ma per lo più l’occidente è pro-israeliano». 

Allo scopo di diffondere un’informazione reale riguardo quello che sta accadendo in Palestina, il movimento ha inviato una cartolina a tutti i telegiornali italiani chiedendo di fornire informazioni più chiare, smettendo di rappresentare il conflitto israelo-palestinese come “una serie di deplorevoli violenze di cui sono ugualmente responsabili le due parti in causa”.

Nell’ultimo periodo le attiviste sono state vicine alle donne serbe e in Italia sono scese nelle piazze anche per la lotta allo smaltimento illecito dei rifiuti, strumenti nelle mani della mafia. «Siamo nelle piazze per qualsiasi lotta possa costituire un tassello per vivere in libertà, pace e giustizia. Perché non c’è pace né libertà senza giustizia».

di Marianna Donadio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°198
OTTOBRE 2019

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