Un uragano, una forza, tanti sono gli aggettivi per poter far riferimento ad una Donna.

Donne che hanno lottato per ricevere i propri diritti, che negli anni quaranta vedono riconoscersi il diritto al voto. Donne che hanno sempre dovuto dimostrare, spesso arrivare a compromessi per affermarsi e che si interrogano sul perché, con l’avanzare degli anni, dei cambiamenti, delle rivoluzioni vengono spesso ancora inquadrate come sesso inferiore, sul perché nella società odierna sono sempre meno i ruoli di grande importanza assegnati al genere femminile.
Un fenomeno questo, di cui si discute molto, ma che in alcuni Paesi trova la sua rivincita. In Finlandia infatti, “l’astro nascente del partito socialdemocratico”, Sanna Marin, è divenuta ad oggi la premier più giovane al mondo, dando vita successivamente ad un governo di coalizione, protagoniste tre giovanissime leader donne.

Sanna Marin
Lei stessa afferma: «Non ho mai pensato alla mia età o al mio sesso, penso alle ragioni per cui sono entrata in politica e alle cose per le quali abbiamo conquistato la fiducia dell’elettorato, sono entrata in politica perché voglio influenzare il modo in cui la società vede i suoi cittadini e i loro diritti».

Le sue parole dovrebbero risultare d’ispirazione per un Paese come l’Italia, in cui siamo ben lontani da un immaginario in cui una o più donne possano ricoprire alte cariche istituzionali. Il nostro Paese, infatti, nella lista dei paesi “gender- equal”, ricopre una delle ultime posizioni in Europa, soprattutto per la scarsa rappresentanza femminile nei ruoli emergenti. Questa situazione deriva forse dalla paura di essere rappresentati da una donna, magari rivoluzionaria, magari giusta e decisa nelle sue decisioni? O dalla presunzione, ma soprattutto convinzione del genere maschile di essere più adatto ad un ruolo di maggior importanza? Quando finalmente seguiremo esempi come la Finlandia, la Norvegia o l’Islanda? Paesi famosi per la forte presenza di parità di genere, circa l’87,7% (secondo “gender-equal”). Fortunatamente qualche “miracolo” nel nostro paese è talvolta avvenuto. Parliamo di Marta Cartabia, che è stata eletta nuova presidente della Corte Costituzionale.

Docente di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Milano Bicocca, vicepresidente

Marta Cartabia

dal 2014 della Consulta, a seguito del suo ennesimo traguardo afferma: «Ho rotto un cristallo, spero di fare da apripista. In Italia età e sesso ancora contano». È la prima donna a rivestire questa carica, che manterrà per 9 mesi. In effetti però, come afferma Cartabia, in Italia aleggiano ancora determinate distinzioni di genere, uno sconcertante esempio è quello verificatosi in un programma televisivo, nel quale dei giornalisti, durante un esperimento, hanno intervistato le nostre politiche donne su quanto il loro aspetto fisico abbia inciso sulla loro attività. Confrontando la loro reazione a quelle dei colleghi uomini, i quali si sono dimostrati infastiditi e quasi indignati nei confronti di quelle domande. Tutto questo poiché, interrogare delle politiche sul loro aspetto esteriore è concettualmente concesso, ma è solamente un alimentare gli stereotipi di genere vigenti nel nostro Paese.

Pregiudizi che attraversano addirittura nomi come Nilde Iotti, “prima donna nella storia dell’Italia repubblicana a ricoprire una delle tre massime cariche dello Stato, la presidenza della Camera dei deputati”. Ma ovviamente questo passa in secondo piano, poiché alcuni giornali raccontano di una grande donna politica come lei, facendo riferimento e mettendo in primo piano anche la sua “libertà sessuale”, definendo il suo essere romagnola una giustificazione forse, della sua “esuberanza”. Nel nostro paese, è presente una sola vera emergenza, quella culturale: molti cittadini sono ancora legati a congetture del passato, a stereotipi che mettono in risalto solamente il marcio presente nel nostro territorio.
Sarebbe il caso di liberarsi da questi muri colmi di pregiudizio, assegnando gli incarichi a coloro che realmente li meritano, indipendentemente dal sesso o dall’età. Non bisogna rimanere ancorati al passato, meglio pensare al presente, per assicurarsi di vivere serenamente in un futuro.

 

di Clara Gesmundo

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°201 – GENNAIO 2020

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