Donne e mass media: il ruolo femminile nei mezzi di comunicazione 

Cristina Siciliano 20/05/2024
Updated 2024/05/19 at 5:00 PM
5 Minuti per la lettura

Donne, mass media e televisione. Il mondo della comunicazione non ama particolarmente le donne: spesso toglie loro le parole e le usa un po’ come “prezzemolino visivo” per alleggerire i programmi. Questa è la maggior parte della rappresentazione mediatica del femminile. Partendo da questa analisi, Barbara Bonomi Romagnoli, giornalista e ricercatrice di studi di generi e femminismi, pensa positivo e suggerisce come reagire.  

Donne e mass media: le parole della giornalista Bonomi Romagnoli

“Io credo che si debba partire da un cambiamento di linguaggio. Se già nei media utilizzassi un linguaggio non sessista, ma asessuato e corretto, cambierebbero anche i modelli culturali. L’utilizzo del femminile è importante perché lo dice la grammatica italiana e l’uso del linguaggio sessuato. L’utilizzo del corpo femminile è ancora oggettificato e le donne vengono utilizzate spesso come “belle statuine” nelle trasmissioni. Ecco: questo è l’errore più grande”. 

Qual è il problema? 

«Negli ultimi anni sono tantissime le donne che scelgono di fare le giornaliste. Il problema, che ancora sussiste nel nostro Paese, è che a fronte del grande numero di donne che lavorano con il digitale o il cartaceo, nei ruoli apicali ce ne sono pochissime. C’è un grande gap e bisogna ancora lavorare tanto. È un problema soprattutto per le giovanissime, poiché manca quel modello di autorevolezza femminile visto che siamo state abituati tutti a soli uomini». 

Secondo lei perché le donne vengono interpellate quasi sempre come testimoni e quasi mai come esperte? 

«C’è un problema di cultura alla base. Viviamo in un contesto fortemente patriarcale e maschilista, quindi scontiamo una cultura che vuole esperti uomini. Cito un bellissimo progetto, Cento esperte, ci sono donne che sono competenti ed esperte in tante materie. In realtà, sono tantissime le donne che scelgono un percorso anche scientifico, nelle materie STEM, ma non vengono interpellate. Sono loro spesso le protagoniste, ad esempio nel 2020 durante la pandemia, ci furono delle ricercatrici in Italia anche allo Spallanzani con grandi competenze. Anche in questo contesto c’è un problema culturale».  

Nei ruoli apicali ci sono ancora poche donne

Com’è stata la sua esperienza di giornalista donna? 

«Nei miei primi anni di praticantato giornalistico scontavo il fatto che i miei caporedattori, che erano tutti maschi, quando gli proponevo questioni legate alle disparità di genere venivano viste come storie “solo per donne”. Anche nei media indipendenti ancora c’è ancora un po’ di resistenza. Viviamo in una cultura patriarcale e maschilista, che è trasversale alle classi sociali e ai colori della pelle».  

La giornalista Barbara Serra ha invece cercato di fare una breve analisi tra i vecchi ed i nuovi media, innalzando il livello di consapevolezza sulle possibilità che tutti noi abbiamo di agire in modo propositivo e attivo soprattutto con i nuovi social.  

Le andrebbe di spiegarci di che tipo è la presenza delle donne nel sistema di vecchi e nuovi media? 

«Guardando la televisione, soprattutto italiana, si vedono molti più esperti uomini che donne. Credo anche però che qualcosa stia cambiando. Sicuramente in alcuni settori, per delle resistenze culturali, ci sono molti più esperti uomini che donne. Nei vecchi media, che hanno proprietari e quindi c’è una catena editoriale, c’è qualcuno che decide chi può andare in onda in televisione. Nei nuovi social media, invece, qualunque persona può decidere di aprire un account e iniziare a produrre contenuti. La più grande differenza è che andare in onda in televisione è molto più difficile perché ci devi arrivare e, naturalmente, c’è un direttore che decide. Spesso (anche se qualcosa adesso sta cambiando) in alcuni settori le donne sono ancora svantaggiate. I social media però sono internazionali e lì si può lavorare autonomamente». 

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