Donne del terzo millennio

"Is Europe an utopia" di Amalia Vicente

Non è facile essere donna, in qualsiasi contesto e società si viva. Non è facile scrollarsi di dosso quella visione fallace secolare della donna, di sicuro diversificata a seconda delle culture, epoche e luoghi geografici, ma comunque sottomessa all’uomo.

Le differenze percettive del ruolo della donna nella società sono molto diverse tra il mondo occidentale e quello islamico. Eppure, una particolare analogia tra le due culture nel rapporto uomo-donna, si può riscontrare nella partica della dote, ossia l’insieme dei beni conferiti dalla famiglia della sposa, o dalla sposa stessa, al marito. Questa consuetudine era diffusa nel Sud Italia fino a qualche anno fa mentre accade tutt’oggi in molti paesi islamici.

Sidra (ci chiede di non utilizzare il suo vero nome), una studentessa pakistana di 19 anni che da 3 anni vive in Italia, ci racconta: «la donna non ha la stessa emancipazione di quella occidentale, non ha le stesse opportunità perché deve seguire le “tradizioni”, da rispettare anche quando si è lontane dal proprio Paese. Il velo, ad esempio, è un qualcosa su cui si dibatte spesso: indossarlo fa parte della nostra cultura. Mio padre è un conservatore e io rispetto il suo pensiero e scelgo di indossare il velo anche qui in Italia».

Diversamente Hamida, una donna algerina che lavora presso un albergo in Italia, ci spiega che «la donna ha un ruolo importante, non solo come punto di riferimento per la famiglia, ma contribuisce anche economicamente al mantenimento di essa. Nel mio paese la donna ha le stesse libertà di quella occidentale. È molto forte, però la fedeltà verso il marito e la famiglia, anche se è prettamente un dettame religioso.
Differentemente da qualche anno fa, oggi la donna ha cambiato il suo modo di vivere e sfida i pregiudizi per porre un freno alla mentalità conservatrice della società».

E allora, tutte in spiaggia col bikini. Lo scorso agosto, infatti, un gruppo di ragazze algerine ha dato vita alla “rivolta del bikini” scendendo in spiaggia non con il “burkini”, l’unico indumento consentito dalla religione islamica composto da pantaloni lunghi fino alle caviglie, una tunica larga e lunga e un velo sulla testa, ma con il più occidentale costume da bagno. Un atto per cercare di porre fine all’idea integralista del rispetto dei “valori islamici sulle spiagge”.

Ma cosa accade in occidente? Come vive la donna nella nostra società e quali sono le grandi differenze con la cultura islamica? Lo chiedo a Patrizia Diomiaiuto, una ragazza poliedrica che rappresenta quella donna che vive nella piena libertà delle proprie decisioni, come la maggior parte delle donne occidentali. «Sono stati fatti passi da gigante dalle prime lotte, ma devo ammettere che la donna di oggi ha perso la sua raffinatezza, le sue fattezze. Nel contesto moderno, credo che la figura femminile abbia subito una involuzione. Le lotte avranno sì fatto migliorare la sua condizione sociale, culturale, ma la donna sta perdendo la sua morale. Inoltre, penso che i media ci forniscano un’immagine distorta del mondo musulmano, in totale chiusura verso l’esterno. Conosco molte persone che provengono da quelle aree e, come anche qui da noi, accade che ci siano alcune frange integraliste. Ma non è quella la cultura, le tradizioni. Le donne non sono quelle che i media spesso ci raccontano».

Il femminicidio è un altro grave problema che affligge la società contemporanea. Cronache di violenza fisica e psicologica sulle donne sono, purtroppo, all’ordine del giorno. «Nel mio lavoro – ci racconta Patrizia – ho subito violenze psicofisiche e stalking ma la scrittura mi ha aiutato tantissimo e mi ha permesso di conoscere ed aiutare, attraverso il colloquio, altre persone».

Sidra, invece, è più restia a parlare di questo argomento e ci dice di non conoscere nessuna ragazza vittima di violenze. Nonostante molte donne di quei Paesi evitano di denunciare per non incorrere nell’onta del disonore, il medio-Oriente è anche portatore di grandi esempi rivoluzionari come quello di Malala Yousefza, premio Nobel per la pace nel 2014 a soli 16 anni, la cui storia ha incredibili vicissitudini per battersi per i diritti civili e il diritto all’istruzione delle ragazze nei paesi musulmani.

Le esperienze di Sidra, Patrizia, Hamida, quelle che quotidianamente viviamo ci portano ad interrogarci sulla realtà che ci circonda, sul mondo, sui diritti delle donne. Quesiti che l’artista basca Amaia Vicente si è posta attraverso l’opera “Is Europe an utopia?” realizzata e portata al Ars Elettronica Festival 2016 di Linz (Austria) e fino al 31 Marzo in Piazzetta Durante a Frattamaggiore.

La verità è che non è facile essere donna, nei paesi islamici come in quelli occidentali, dove si millanta l’uguaglianza tra i sessi. C’è bisogno di un ulteriore passo culturale, affinché la donna venga considerata anch’essa motore di una società in evoluzione.

di Angela Di Micco

Tratto da Informare n° 180 Aprile 2018