Il sociologo ha lanciato un monito ai giovani: «Siate più produttivi»

“Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati”. È questo il titolo del recente libro del sociologo Domenico De Masi, che rappresenta il lavoro finale di una ricerca sul futuro del mondo del lavoro commissionatagli dal “Movimento 5 Stelle”. Tracciando un bilancio complessivo è emerso che in un’era in cui a prevalere è la tecnologia, diversi sono anche gli impieghi ad alto tasso di sostituzione da parte delle macchine. A tal proposito il sociologo si è così espresso: «Per dare lavoro ai disoccupati basterebbe ridurre un po’ l’orario di lavoro degli occupati, ma visto che questo non avverrà bisognerebbe che i disoccupati lavorino gratuitamente fino a quando non ci sarà una redistribuzione dei carichi di lavoro».

Professor De Masi, al termine del lavoro di ricerca commissionatoLe dal Movimento 5 Stelle, come vede la situazione in ambito lavorativo per giovani e meno giovani?
«La velocità con cui i posti di lavoro sono erosi dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico è nettamente superiore alla velocità con cui vengono creati i nuovi posti di lavoro necessari per assicurare un’occupazione stabile a quanti hanno bisogno di lavorare per vivere. Ne deriva che si può evitare la disoccupazione solo riducendo l’orario di lavoro man mano che si introducono nuove tecnologie. Questo è quanto ha fatto un paese nostro confinante come la Germania dove le ore lavorate pro-capite sono 1.371 all’anno, l’occupazione è al 79% e la disoccupazione è al 3,8%. In Italia, invece, le ore lavorate pro-capite sono 1.725 all’anno e, di conseguenza, l’occupazione è al 57% e la disoccupazione all’11,5%. Se in Italia si lavorasse 1.371 ore come in Germania, avremmo +5,9 milioni di posti di lavoro e gli occupati potrebbero essere 28,9 milioni invece degli attuali 23 milioni. Inoltre in Italia frequenta l’Università solo il 40% dei giovani in età universitaria. L’altro 60% non studia e quindi, se non lavora, risulta disoccupato. Se studiasse, l’Istat non lo considererebbe disoccupato».

Come ha regolato il suo studio di ricerca?
«Ho adottato il metodo “Delphi”. Ho scelto 11 prestigiosi esperti delle varie discipline che si occupano di lavoro (economia, sociologia, psicologia, diritto, religione, tecnologia, ecc) ai quali ho sottoposto due successivi questionari. Fino alla fine della ricerca (durata circa 8 mesi) nessun esperto conosceva chi era il committente e chi erano gli altri 10 esperti».

Per la scelta di un lavoro migliore, occorre anche l’istruzione. In un’ottica in cui i giovani spesso non sanno quale università intraprendere oppure cosa voler far da grande, quali sono i consigli che Lei si sente di dare?
«Il primo consiglio è di studiare, di laurearsi, se le condizioni economiche lo consentono. In Italia studia una percentuale di giovani pari a un terzo di quelli che studiano in California. Un paese dove i laureati superano il 50% dei cittadini adulti funziona meglio, è più ricco, meno violento, con meno divorzi, con migliore qualità della vita. Poi consiglio di laurearsi nella disciplina che meglio corrisponde alla propria vocazione: scientifica o umanistica».

Diverse sono le soluzioni per combattere la disoccupazione. Lei è giunto alla teoria del “Lavorare gratis, lavorare tutti”. Dopo quali studi è giunto a questa affermazione?
«Io credo che non si può dare a tutti un’occupazione se non si ridistribuisce il lavoro esistente. Se in Italia si lavora 354 ore all’anno più di un tedesco è impossibile risolvere il problema della disoccupazione. Ma i lavoratori occupati non mollano neppure un’ora del loro lavoro, spalleggiati dai loro sindacati e dai loro imprenditori. Come possono fare i disoccupati per costringere gli occupati a cedere un poco del loro lavoro? Mentre gli occupati, per protestare, scioperano, cioè si astengono dal lavoro e dalla paga, i disoccupati, per protestare, non hanno altra possibilità che quella di lavorare gratuitamente. Naturalmente la protesta dura uno o più giorni, fin quando gli occupati, i loro sindacati e i loro imprenditori non scendono a patti. Se, ad esempio, il 10 novembre prossimo i 6 milioni di disoccupati proclamassero uno sciopero al rovescio, offrendo gratuitamente il loro lavoro, forse in un paio di giorni di questa protesta la questione balzerebbe al primo posto sui media e il muro del mercato del lavoro si sfalderebbe».

 

Il libro di Domenico De Masi "Lavorare gratis, lavorare tutti. Perchè il futuro è dei disoccupati"
Il libro di Domenico De Masi “Lavorare gratis, lavorare tutti. Perchè il futuro è dei disoccupati”

 

Come coinvolgere i giovani, secondo “lavorare gratis, lavorare tutti”, per farli sentire appagati?
«Occorrerebbe che alcuni giovani disoccupati, capaci di costruire una piattaforma informatica, convinti dalla mia idea (“protestare lavorando gratis in modo da ottenere una riduzione di orario di lavoro che consenta di lavorare tutti”) costruiscano la piattaforma necessaria per mettere in contatto tutti i disoccupati disposti a protestare lavorando gratis con tutti i cittadini che hanno bisogno del loro lavoro».

In questo periodo lei è stato protagonista di convegni sul genere. Quali sono state le proposte che Le hanno avanzato i più giovani in particolare per combattere il fenomeno della disoccupazione?
«I giovani sono quotidianamente disorientati da una famiglia assente, una scuola devastata e una informazione mediatica truffaldina. Non propongono nulla, non lottano per nulla, non si aspettano nulla da nessuno. Occorre ricominciare da zero con una contro-informazione capillare e totale».

Il mondo del lavoro sta cambiando, grazie anche allo sviluppo tecnologico. Quanto ha influito ciò sulla disoccupazione?
In modo determinante. Abbiamo scoperto macchine meravigliose che ci consentono di produrre sempre più beni e servizi impiegando sempre meno lavoro umano. Invece di ricavarne motivo di serena felicità, lavorando tutti meno e meglio, il padre si ammazza di lavoro dieci ore al giorno e il figlio è completamente disoccupato.

Quali sono secondo Lei i settori dove un giovane oppure un adulto, che non ha lavoro, dovrebbe investire? E per quale motivo?
«Il 21° secolo sarà segnato dall’ingegneria genetica con cui vinceremo molte malattie, dall’intelligenza artificiale con cui sostituiremo molto lavoro intellettuale, dalle nanotecnologie con cui gli oggetti si relazioneranno tra loro e con noi, dalle stampanti 3D con cui costruiremo in casa molti oggetti. L’invadenza delle tecnologie farà salva l’esigenza umana di creatività, estetica, etica, collaborazione, pensiero critico e problem solving. Solo in questi settori ci saranno buone possibilità di trovare un’occupazione decente. Tutti i lavori ripetitivi, proceduralizzati, sono destinati a sparire in pochi anni».

 Che monito e consiglio, dunque, darebbe ai giovani a conclusione di questo suo studio?
«Una frase di Bertrand Russell: “Abbiamo continuato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dell’invenzione delle macchine; in ciò siamo stati idioti, ma non c’è ragione per continuare ad esserlo”».

di Giovanni Iodice

Tratto da Informare n°174 Ottobre 2017

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