Divinità maggiori e minori: è morto Diego.

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Vi voglio raccontare una storia. La storia di un ragazzo che si è trovato per caso a far parte della storia. Mercoledì 25 novembre è morto Diego Armando Maradona, e non perdo neanche tempo a presentarvelo, lo hanno già fatto in tanti e più competenti. Napoli, ma il mondo intero, è sconvolta dal dolore. Si creano degli assembramenti spontanei di tifosi, di cui uno a Piazza Dante. Il ragazzo è preso dalla voglia di andare, vuole partecipare alla celebrazione di un mito. Però la coscienza glielo impedisce, «troppo rischioso», pensa. Eppure si rende conto che non può far finta di niente, non si può star fermi, anche se l’avvenimento non l’ha scosso il desiderio di sentirsi parte di un’emozione collettiva è più forte dell’apatia. Maradona era l’idolo delle genti. Lui non lo aveva visto giocare, in casa raramente si parlava di calcio, in famiglia si faceva il tifo poco o nulla, tra l’altro per la squadra sbagliata, quella colorata come le fotografie degli anni ’50. Allora decide di aspettare che l’alba sorgesse di nuovo e di portare i suoi omaggi al campione, davanti allo Stadio che presto sarà consacrato al suo nome. Un onore concesso soltanto ai grandissimi.

Nel frattempo in tv si discute: Maradona grande giocatore, ma pessimo uomo. Maradona grande proprio perché tormentato. I napoletani non dovevano radunarsi nel pieno di una pandemia. I napoletani hanno risposto “presente” di fronte ad un lutto incommensurabile, e per questo sono da apprezzare. Quando esce di casa, non lontano dalla stazione metro “Università”, si accorge che sul portone di un palazzo è affisso un manifesto di morte. Ciò che lo sorprende e di non trovarci stampata la faccia di Maradona. “Daniele Caganacci” c’è scritto, qualche fiore giallo, alcuni viola, altri rossi, il ragazzo si rammarica di conoscere i nomi precisi di ogni specie. Passa avanti e si guardo intorno. Le strade sono semi deserte, qualche sporadico passante tiene tra le mani “La Gazzetta della Sport”, mentre due amici confabulano sotto voce visibilmente commossi. Arriva a Fuorigrotta, scende dal secondo treno, e inizia la caccia all’edicola. Vuole anche lui un giornale, con la foto del Pibe de Oro da conservare per figli e nipoti. Poi si avvia al santuario celeste e metro dopo metro l’aria intorno a lui comincia fari elettrica. Una distesa di persone gli si apre davanti agli occhi, insieme a sciarpe, candele, foto, pupazzi, ricordi in generale. Scorge un uomo che, appartato, piange il suo dolore senza volersi mettere in mostra. Quattro sbandieratori scandiscono il ritmo della commozione e si occupano di salutare “The King”, così come recita lo striscione calato dalla Curva B. Un bambino sfugge alle grinfie dei genitori e corre verso le cancellate; «Diego!», grida suo padre, «Vieni qui, non ti allontanare troppo».

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Sono attimi che durano secondi che durano minuti che durano ore. È Napoli venuta a rendere grazie all’unico eroe che le aveva regalato un avvenire. È Napoli che esprime al meglio il suo genio, il genio del rimpianto. Di ritorno verso casa mi capita gli dare far cadere ancora l’occhio su “Cagnacci”, quel cognome che quasi ricorda un personaggio di Maccio Capatonda. Poche persone a vegliare sul suo corpo, o almeno erano poche rispetto a quelle che il ragazzo aveva visto qualche minuto prima. Un tributo del genere può essere concesso solo ad uno sportivo, riflette, perché solo con lo sport si riesce ad arrivare al cuore di tutti. Disteso sul letto si accorge finalmente di aver capito che a Napoli di azzurro, oltre al cielo e al mare, c’è anche un popolo in lutto. Quella stessa sera scoprirà che Daniele Cagnacci era un famoso medico in prima linea, morto di Covid in cinque giorni. Allora il ragazzo si ricorderà che Napoli ha anche un’anima sotterranea.


di Marco Cutillo

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