Il suo sogno era diventare un grande artista. In realtà, lo è stato. Fino all’ultimo istante della sua breve vita. Lo testimoniano i disegni, i bozzetti e gli scritti che ha lasciato e che continuano ad emozionare moltissime persone. Antonio ‘Tony’ Marrone è scomparso a soli diciotto anni. Nato con una rara malattia genetica, frequentava il Liceo Artistico di San Leucio. Era amato e rispettato dai suoi compagni di scuola, che lo ammiravano per la sua forza di volontà e per la determinazione con cui affrontava le sue giornate, sempre piene di difficoltà. Nel dicembre dello scorso anno, il Liceo gli ha dedicato una mostra, Chiamami Disparo.

Il giovane artista continua a vivere, ancora oggi, grazie al padre Gennaro,che ne fa conoscere le opere e che ha creato una fondazione benefica (Fondazione Disparo, ndr.), che si occupa di incentivare giovani talenti e raccogliere fondi per aiutare gli ospedali psichiatrici frequentati dal figlio.

Abbiamo incontrato Gennaro Marrone, grazie ad un carissimo amico di Antonio, Joel Folda, che ci ha fatto conoscere il talento di un grandissimo artista. Gennaro ci ha parlato di suo figlio Tony e lo ringraziamo per la sua preziosa testimonianza.

Perché Disparo?

«Semplicemente Disparo, perché Antonio non amava essere definito “disabile”, “invalido”, “handicappato”, o “diversamente abile”. Riteneva di avere soltanto una disparità fisica, di essere esattamente uguale agli altri. Da qui la scelta di uno pseudonimo che dà dignità e non lascia intendere di non avere capacità».

Quali artisti lo hanno condizionato?

«Tra tutti gli artisti, è stato affascinato maggiormente da Lautrec, che, come mio figlio, aveva una disparità fisica. Difatti, Disparo si sentiva quasi la sua reincarnazione, in quanto aveva una sindrome malformativa ortopedica, proprio come lui. Con quest’ultimo sentiva una vicinanza, in particolare, per la fisicità, ma colui che lo ha colpito per i suoi chiaroscuri, per i volti ed i ritratti, è stato Caravaggio, sul quale si è documentato ampiamente leggendo libri, vedendo documentari, film e da cui è rimasto attratto profondamente».

Ci puoi descrivere le fasi della sua arte?

«Nella sua mini-carriera da artista, ha abbracciato un po’ tutto: a partire dai fumetti, passando per l’astratto, i paesaggi, alcuni ritratti, l’Impressionismo, le figure sacre, la Napoletanità, i personaggi fantastici… Inoltre, si è spesso cimentato con rappresentazioni ricorrenti di Gesù e Totò, per poi concludere, negli ultimi mesi, con la raffigurazione di volti che, molto semplicemente, descrivevano i suoi stati d’animo. Queste ultime figure sono state, per certi versi, una sorta di disegno autobiografico. Per quanto riguarda l’utilizzo dei colori, invece, nei primi anni era solito ricorrervi per completare i suoi lavori, ma, crescendo, ha iniziato a sviluppare un’armoniosa tavola cromatica personale, preferendo colori a contrasto e il bianco ed il nero. Dedito anche alla scrittura, Disparo ha scritto, inoltre, poesie e canzoni, rigorosamente in napoletano, e infine un libro, scritto per parlare di sé, in cui racconta la sua intensa vita».

Che rapporto intercorreva tra la sua disparità e la sua arte?

«L’arte di Disparo si eleva, precisamente, in questa fase: disegna e dipinge lo stato emotivo interiore di chi vive una vita precaria consapevolmente. I suoi lavori sono messaggi socio-pedagogici: raccontano come ci si possa sentire sapendo che la propria vita è appesa ad un filo. Negli ultimi tempi, disegna soprattutto questo: le difficoltà e la resilienza; prende forza dalla sofferenza, non fa pesare i suoi dolori alla famiglia e a chi lo circonda, ma manifesta i suoi mali in alcuni schizzi, progetti e bozzetti».

Qual è stata l’influenza di Disparo sulla cultura del suo territorio?

«C’è in cantiere un progetto di fondazione artistica dedicata a lui, per sostenere le persone in difficoltà fisiche ed economiche. Già ci si è cimentati in cinque mostre, dove vengono illustrati i suoi lavori, che hanno riscosso un notevole successo e un grande interesse da parte dei visitatori. Ciò che colpisce di più è la profonda umanità di Disparo, che emerge attraverso i suoi disegni. Alcuni giovani artisti hanno deciso di dedicargli dei quadri e dei ritratti che parlano di lui, biograficamente. C’è, per esempio, Disparo sulla sua nuvoletta in Paradiso, Disparo che dipinge Totò, Disparo supereroe (Disparo-man) e Disparo Cristo Velato dai colori. Ad un anno dalla sua scomparsa, poi, uno dei suoi più cari amici artisti, gli ha dedicato un murales all’Istituto d’Arte di San Leucio».

Puoi accennarci qualcosa circa la sua maniera di dipingere?

«Disparo è stato prettamente autodidatta; da piccolo credeva che imparare a fare arte potesse essere possibile soltanto stando in classe, con i cavalletti e i pennelli, scoprendo invece col tempo altre cose. Andava, infatti, in giro per le classi, cercando professori che potessero insegnargli nuove tecniche, l’uso dei colori e provando a imparare da persone con più esperienza di lui. Ha chiesto a suo padre, crescendo, vari consigli, apprendendo in particolare il contrasto dei colori, e cominciando a servirsi di questi insegnamenti di lì in poi».

Qualche cenno ai suoi scritti, la sua poetica?

«Disparo è un ragazzo molto sensibile; c’è poesia in tutto ciò che fa. L’approccio alla vita è poesia, il senso di dolcezza che emana attraverso i suoi occhi lo rende una persona speciale. Un forte rapporto poetico ce l’ha con Cristo; lo fa diventare, infatti, uno dei suoi cavalli di battaglia. Si tratta di un rapporto complesso e viscerale; parte dipingendo molte croci di legno colorate; poi, negli ultimi tempi, dipinge Gesù con una gamba amputata, semplicemente pensando al concetto che i bambini che nascono con una difficoltà fisica, soffrono più di Gesù, il quale patisce nell’ultima settimana di vita».

Vuoi aggiungere qualche altro elemento che possa farci conoscere Disparo?

«In aggiunta a ciò che è già stato detto, ci tenevo ad affermare che mai, fino all’ultimo istante di vita, Antonio ha mostrato dolore e sofferenza. Aveva un coraggio da leone (per questo motivo, nel 2010, un giornale lo definì “il leone di Piana di Monte Verna”). Aveva una sensibilità speciale e unica.
Nasce nel 1999 e si spegne nel 2017, pochi mesi dopo aver compiuto 18 anni. Chiunque, in questa sua breve vita, lo abbia conosciuto, è rimasto colpito dalla sua forza e dal suo desiderio di vivere. Non ha mai voluto aiuti, agevolazioni, perché si sentiva come gli altri, capace di farcela da solo, anche nelle più piccole cose. Per questo motivo, non voleva essere definito qualcosa che non era, per il semplice fatto che la sua testa è stata sempre molto più avanti delle sue gambe e delle sue braccia. La sua personalità era diversa e la sua tenacia sbalorditiva. Disparo, e la sua mente, è sempre stato un ragazzo intrappolato in un corpo che non era il suo».

Un corpo piccolo, che si scontrava con l’immensa grandezza di un giovane artista, scomparso troppo presto.

di Teresa Lanna

 

 

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