Diseguaglianze globali e migrazione: strategie per uno sviluppo sostenibile

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La scorsa settimana Cantiere Giovani, viva realtà  a Frattamaggiore uno dei tanti paesi dell’Area a Nord di Napoli, ha organizzato un webinar sulle diseguaglianze e le migrazioni.  

Obiettivo dell’incontro, cercare di fare chiarezza sulla correlazione tra le diseguaglianze economiche e sociali nel mondo e la loro influenza sui flussi migratori attuali.

L’iniziativa proposta è da considerarsi quale evento conclusivo del Jumping Words all’interno del progetto Start the Change, promosso dalla Comunità Europea.

Il Dott. Cappellotto coordinatore del progetto, spiega che la ricerca sul territorio di organizzazioni come Cantiere Giovani, ha permesso di portare avanti i tre filoni  di lavoro progettati durante i tre anni di attività.

Il primo legato all’universo scolastico con la formazione dei docenti sulla sostenibilità, migrazione e metodologie innovative, per coinvolgere i ragazzi nelle attività.

Il secondo filone ha coinvolto i giovani dei 12 paesi europei.

Punto di partenza è stato lo studio delle criticità delle singole comunità in merito alla sostenibilità, migrazione.

La realizzazione di piccoli eventi pubblici sui temi maggiormente sensibili,ha fatto ampliare il target e sviluppare un interesse al di fuori della comunità .

La terza azione del lavoro è stata progettata con le scuole e gli enti locali, per stimolare il dialogo sulla sostenibilità e sulle migrazioni.

I temi trattati possono essere approfonditi con la partecipazione al corso on line di alta formazione “Intercultural Educator“, collegandosi all’indirizzo https://www.cantieregiovani.org/wordpress/prodotto/corso-intercultural-educator/

Il tema delle migrazioni e delle diseguaglianze è uno dei grandi temi del nostro tempo.

Hanno avuto un ruolo fondamentale e decisivo nella storia dell’uomo.

E’ stato sempre oggetto di studio per cercare di dare un senso alle motivazioni che ci spingono ad intraprendere questo “viaggio”.

La Dott.ssa Donatella Di Cesare, filosofa e saggista, il Dott. Gianluca Solera giornalista, consigliere politico al Parlamento Europeo, Roger Adjicoudé, responsabile dell’area immigrazione Caritas di Aversa, il Prof. Ciro Pizzo docente e ricercatore di Sociologia generale presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, coordinati dal Dott. Mario Lupoli hanno reso una visione generale sullo scenario delle  migrazioni.

Un contributo per comprendere se le diseguaglianze globali incidano sugli spostamenti degli esseri umani, se le migrazioni sono un fenomeno da sostenere o contrastare e se gli Stati possano coniugare migrazione e sviluppo sostenibile.

Parere unanime è stato porre come punto focale la distinzione tra rifugiato e migrante. Ma andiamo per gradi.

La questione della globalizzazione, afferma la Dott.ssa Di Cesare e’ strettamente legata a quella della migrazione.

Gli eventi migratori sono antichi ma, gli avvenimenti di questo secolo hanno mutato la portata, le dimensioni e la valenza della globalizzazione.

Il “migrare” non deve essere letto solo come movimento.

Deve essere collegato a qualcosa di più complesso dove le scelte sono forzate e, legato all’incontro con “l’altro”, incontro che può generare un conflitto.

Se prendiamo come punto di partenza la crisi migratoria del 2005,  la strada verso l’Europa si apriva attraverso i Balcani,successivamente invece si è spostata attraverso il Mediterraneo.

Da allora  è nata la distinzione tra rifugiati e migranti.

I primi appartenenti ad una categoria definibile esclusivamente di frontiera ossia che serve solo a distinguere i veri dai falsi e a colpevolizzare coloro i quali vengono chiamati migranti.

Il termine migrante invece riconosce i meno istruiti, i meno ricchi e gettati sulle vie della migrazione da motivi “meno nobili ” rispetto a quelli del rifugiato.

Questa differenza e’ esclusivamente frutto di una nostra concettualizzazione tanto da mostrare una maggiore empatia verso i rifugiati. Consideriamo i motivi “politici” maggiormente importanti rispetto a quelli economici.

Ci poniamo in una condizione di superiorità, additando al migrante una “colpa originaria”: essere fuori “luogo” e che non avrebbe dovuto muoversi, come se avesse in qualche modo scombussolato il nostro mondo-stato centrico.

Come governare i flussi quindi? Perchè si parla di inserimento, inclusione ed integrazione?

Un grande problema è proprio l’affrontare  le migrazioni nella prospettiva dei cittadini  ossia di coloro che sono all’interno dello Stato nazione che voglio essere difesi e tutelati.

L’integrazione infatti dà l’idea della presenza di autoctoni che hanno il diritto di accogliere od escludere “l’altro”, con di contro il migrante che per essere accettato deve assimilarsi a noi.

Pertanto l’affrontare in questo modo la migrazione, soprattutto in Italia ha portato da un lato ad una politica di accoglienza quale gesto etico, caritatevole e dall’altro una strategia dove l’immigrazione è vista solo in termini di sicurezza dei cittadini, o utilitaristica nel senso da utilizzare i migranti in quei lavori che noi non vogliamo fare.

L’intervento del Dott. Gianluca Solera invece, ha posto l’accento sulle diseguaglianze globali e sui criteri che muovono i flussi migratori.

Lo scorso 28 Luglio il New York Times ha reso noto i dati sulle conseguenze della pandemia rispetto all’impoverimento dei migrant workers, cioè coloro che sostengono le proprie famiglia a casa con le rimesse.

Secondo la Banca Mondiale,lo scorso anno questo valore è stato di circa 550 mld di dollari.

A causa della pandemia 1/5 di queste sono venute meno e circa 164 ml di lavoratori immigrati che sostengono 800 ml di familiari, sono in difficoltà.

La questione si pone perché non solo il 2005 è una data importante per le migrazioni, soprattutto dei Siriani verso l’Europa ma anche nel 2011-2012 durante la Primavera Araba quando i popoli del Nord Africa hanno attraversato il Mediterraneo.

C’è da sottolineare che tre sono stati gli elementi che hanno caratterizzato quella stagione di migrazioni: libertà di espressione e partecipazione alla vita civile e democratica del paese, possibilità di crescita e realizzazione lavorativa  e la  dignità, ossia sentirsi cittadini e non sudditi.

Se prendiamo in considerazioni questi tre elementi ci accorgiamo che la politica da adottare per affrontare tali problematiche, deve essere una politica di promozione della cittadinanza  nei paesi del vicinato.

E’ proprio questo un punto focale da tener presente, la dignità della vita.

E’ necessario sostiene il Prof. Pizzo, comprendere il concetto storico di integrazione.

Storicamente abbiamo dovuto affrontare costantemente le relazioni con il “fuori del nostro paese” ma che poi, ciclicamente si presentano sempre come una emergenza.

E’ importante leggere la storia come fonte di conoscenze, ma dobbiamo imparare a conoscere ed affrontare le dinamiche strutturali di fondo.

Pur amando il nostro stato nazionale chiuso nei suoi confini, non possiamo dimenticare che abbiamo continuamente contatti con coloro che ne sono al di fuori e che continuamente cercano di entrare.

Dobbiamo  tener presente quelle dinamiche sociali di base che strutturano il nostro modo di relazionarci con gli altri.

Nel discorso delle migrazioni, continua il Prof. Pizzo ciò emerge chiaramente nelle differenziazione tra migrante e rifugiato.

Non riconosciamo la non colpevolezza della  messa in moto se di tratta di un rifugiato o di quelle categorie di migranti che ricadono in un discorso umanitario e di accoglienza.

Queste modalità deresponsabilizzano le scelte politiche permettendo di mantenere  viva l’icona del migrante cattivo perché non si muove per ragioni umanitarie.

Il corridoio umanitario che si crea , non è altro che una modalità di separazione e gestione all’interno dei flussi migratori di coloro che sono meritevoli di essere accolti, perché in loro riconosciamo una Humanitas.

Ci arroghiamo il diritto  di essere in grado di riconoscere chi è degno o meno di essere accolto limitando la nostra idea di dignità, che invece dovrebbe essere legata all’idea della dignità della persona umana.

Diamo credito solo a quelle persone che sono in grado di contribuire alla ricchezza del nostro paese costruendoci delle tipologie di soggetti da accogliere.

Cio’ pero’ abbassa sempre di più l’asticella del  riconoscimento del soggetto umanitario.

L’integrazione, sostiene il Prof Pizzo ha un problema di fondo perché immagina una società integra che prende quelle persone estranee alla nostra cultura, al nostro modo ordinario di vivere.

La politica dell’integrazione nasce probabilmente dall’idea di  una necessità economica.

Per governare si sceglie la strada di costruire delle risposte politiche che mirano a soddisfare le idee della maggioranza della popolazione.

La  questione primaria nella politica delle migrazioni è sempre la stessa.

I soggetti sono ritenuti a priori estranei.

Se vogliono partecipare alla società devono adeguarsi al  modo di vivere della maggioranza di quello stato.

Il concetto basilare delle politiche delle “interazioni” e’l’accettazione delle regole del gruppo ed il dover dimostrare più volte di essere degni di farne parte.

Quindi le politiche o le modalità per affrontare le problematiche delle diseguaglianze e delle migrazioni, devono garantire la partecipazione di tutti.

Se qualcuno è carente la causa è da ricercarsi nel contesto che non è in grado di costruire una soluzione per  permettere a una differenza  statistica di trasformarsi  in una condanna per quel soggetto.

Migrare non è un movimento semplice, afferma  Roger Adjicoudé.

Quando accade è sempre un dolore  perché si lasciano le proprie cose mentre per il paese di arrivo, questo viaggio  è considerato un movimento semplice e non è facile integrarsi perché si devono seguire i comportamenti e le regole del gruppo dove si vuole stare.

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