Gli ultimi dati Oxfam mostrano un aumento della diseguaglianza a livello mondiale, anche nelle società occidentali. È il caso degli Stati Uniti ma anche dell’Europa e dell’Italia.

I dati Istat recentemente pubblicati mostrano un aumento del reddito delle famiglie italiane (+2,6% in termini nominali) nonostante l’economia stagnante (nel terzo trimestre 2019 il nostro Paese è ultimo per crescita del Pil insieme a Germania e Austria).

A questa pur minima crescita del reddito familiare corrisponde anche un modesto calo della percentuale di popolazione a rischio povertà o esclusione sociale (dal 27,3% del 2017 al 28,9%del 2018). Una percentuale comunque molto elevata e traducibile in circa 12 milioni e 230 mila individui con un reddito netto annuo equivalente/inferiore a 10.106 euro.

Allargando il campo d’osservazione emerge però che, complessivamente, la popolazione italiana a rischio è inferiore a quella di Bulgaria (32,8%), Romania (32,5%), Grecia (31,8%), Lituania (28,3%), sebbene di gran lunga superiore a quella di paesi come Repubblica Ceca (12,2%), Slovenia (16,2%) e dei paesi europei più grandi come Francia (17,4%), Germania (18,7%) e Spagna (26,1).

Un contesto dunque di grande sofferenza per i cittadini italiani rispetto a quelli dei principali partner europei, che si riflette anche nei dati relativi alla disuguaglianza dei redditi: un divario in crescita dal 2001, e più alto rispetto agli altri grandi Paesi europei, posizionando il nostro Paese ventunesimo in graduatoria. In breve, oltre un quarto della popolazione italiana risulta a rischio povertà, in un contesto di alta disuguaglianza dei redditi: un mix esplosivo per la tenuta del tessuto sociale, misurabile nel risentimento verso una classe politica ritenuta inadeguata.

Le risposte assistenzialiste non risolvono le disuguaglianze, anzi, a lungo termine potrebbero accentuarle creando ulteriore disavanzo nei conti pubblici: aumento del debito pubblico, compressione dei consumi e conseguente diminuzione delle retribuzioni e pensioni. Anche se, i ricercatori economici, considerano il fenomeno della disuguaglianza necessario e inevitabile allo sviluppo: la posizione svantaggiata degli individui incoraggerebbe questi a mobilitarsi per raggiungere un livello sociale ed economico superiore, creando quindi mobilità finanziaria. Si tratta di un sistema meritocratico semplicistico frutto dell’economia formale che riconosce come unico fattore di riuscita la quantità dello sforzo, quando invece, sono molteplici le variabili in essere in un modello di agenti eterogeneo o in un mercato incompleto. Una su tutte, l’accessibilità alle risorse. È invece, in un’analisi moderna dei mercati che s’inseriscono le politiche sociali. Tassazione progressiva e welfare europei sono riusciti a mantenere il rapporto di disuguaglianza più equilibrato rispetto a quello degli Stati Uniti (dal 1980 in EU il rapporto è cresciuto dal 10% al 12%; in USA è raddoppiato). Anche una minore privatizzazione rispetto agli USA ha contribuito alla stabilità del rapporto mantenendo le risorse economiche a gestione statale, con buona pace dei governi italiani.

Nel mercato attuale l’opportunità di crescita economica individuale e distribuita può quindi essere creata adottando alcuni strumenti di mobilità sociale già documentati. L’aumento della spesa pubblica per servizi è da solo in grado di generare sicurezza nel cittadino oltre che nuova occupazione. Mentre l’incentivazione di modelli imprenditoriali che adottino politiche di maggiore equità retributiva e sostengano livelli salariali dignitosi ridurrebbe i gap salariali.  Un fisco più snello e una riformulazione idonea della tassazione delle grandi corporation internazionali (190 milioni di euro sottratti annualmente all’Europa) andrebbero poi a finanziare la spesa pubblica. Al contrario andrebbero assolutamente evitate tutte le tasse che colpiscono i cittadini indiscriminatamente: Iva, accise sui carburanti, sugar tax, plastic tax.

di Maria Rosaria Race

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