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Diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE?

Silvia De Martino 17/09/2022
Updated 2022/09/17 at 12:31 PM
8 Minuti per la lettura

Il 26 giugno la Corte suprema degli Stati Uniti ha abolito la storica Sentenza Roe v. Wade del 1973, con la quale la Corte stessa aveva legalizzato l’aborto negli USA. Con tale decisione, adottata con sei voti a favore e tre contrari, ogni Paese parte dello Stato federale può legiferare liberamente in materia: Stati come Texas e Missouri già hanno reso illegale l’aborto entro i propri confini. Un passo indietro nell’ambito dei diritti umani delle donne non indifferente, che crea ampi margini discriminatori e che annulla anni di lotte, battaglie e consequenziali conquiste. Il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione sulla decisione della Corte suprema statunitense, con la quale, sulla base della necessità di tutelare il diritto all’aborto e la salute delle donne nell’UE, è stato chiesto di inserire tale diritto nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Il testo è stato approvato con 324 voti favorevoli, 155 contrari e 38 astensioni e i deputati attendono che il Consiglio europeo si riunisca per convocare una Convenzione per la revisione dei trattati.

Questa modifica in una prima analisi può sembrare un netto segnale di tracciare le distanze rispetto a quanto avvenuto negli Stati Uniti, tutelando un diritto fondamentale per le donne. Ma chi assicura che non sia solo un mero espediente simbolico, effimero e fine a sé stesso, piuttosto che una sostanziale modifica volta effettivamente a garantire alle donne tale diritto? Per approfondire la questione abbiamo intervistato l’avvocato in diritto amministrativo e diritti umani Mariella Fiorentino, che ci ha spiegato le origini del diritto all’aborto e ci ha fornito un’analisi dettagliata della proposta del Parlamento Europeo, offrendo interessanti spunti di riflessione.

Da dove nasce il diritto all’aborto?

«È stato introdotto in Unione Sovietica per la prima volta nel 1920: in quel contesto le donne erano pienamente parificate agli uomini, anche sul piano lavorativo. In Occidente il diritto all’aborto è arrivato nel 1967 in Inghilterra: si concesse alle donne la possibilità di interrompere la gravidanza anche per problemi di natura psicofisica. Successivamente, per combattere la piaga degli aborti clandestini, venne autorizzato tale trattamento medico in Germania nel ’74 e in Francia nel ’75. In Italia il 22 maggio del 1978 fu varata la legge 194, che definiva i termini in cui era consentita l’interruzione della gravidanza e cancellava il capo di imputazione del reato: nella penisola italiana, infatti, l’aborto era considerato un reato al pari dell’omicidio».

Qual è la proposta avanzata dal Parlamento Europeo?

«Nella risoluzione del Parlamento che ha ad oggetto la decisione della Corte Suprema degli USA è stata proposta una modifica dell’art.7 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE. Non si tratta dunque di una vera e propria introduzione, ma di una deroga per cui “ogni persona ha diritto all’aborto sicuro e legale”. Con queste parole viene messo in luce quindi non solo il diritto delle donne ad abortire, ma anche il diritto alla salute. Quest’ultimo è previsto all’art.35 della Carta e fa riferimento all’accesso alla prevenzione sanitaria e alle cure mediche.

Ciò vuol dire che, se consideriamo la specifica introdotta dal Parlamento come diritto all’aborto inteso in relazione all’accesso alle cure mediche, essa non aggiunge nulla di nuovo a quanto già previsto. La modifica “sicuro e legale” è a parer mio una norma molto sibillina: ogni trattamento medico deve essere sicuro e legale, è automatico che sia così. Questa variazione, per come è strutturata, non implica nulla di nuovo: piuttosto sembra fatta soprattutto in forma di protesta nei confronti della decisione della Corte suprema degli Stati Uniti».

Quale modifica sarebbe stata più appropriata per definire una reale tutela del diritto?

«Io sono più dell’idea che avrebbero dovuto cambiare la norma sul diritto alla salute, introducendo la considerazione anche della salute psicofisica. Vorrei citare a questo proposito anche la Convenzione di Amnesty International, che ricordiamo essere un’associazione che opera al di là dei Comitati ONU che dovrebbero vigilare sull’attuazione delle Convenzioni. Sull’aborto recita: “Amnesty International riconosce il diritto di ogni donna, ragazza o persona che possa essere incinta ad abortire purché nel rispetto dei loro diritti, autonomia, dignità e necessità nel contesto delle esperienze, circostanze, aspirazioni ed opinioni vissute. La policy sull’aborto di Amnesty International si basa sulla piena depenalizzazione dell’aborto e sull’accesso universale all’aborto stesso, alle cure post-aborto e a informazioni relative all’aborto prive di pregiudizi e basate sull’evidenza dei fatti, libere da costrizione, coercizione, violenza e discriminazione”. Quello scritto da Amnesty, in confronto a quanto proposto dal Parlamento, è molto più preciso e rappresenta un’effettiva tutela del diritto».

Sul piano procedurale, come potrebbe entrare in vigore questa modifica?

«È necessario che venga convocata una Convenzione dal Consiglio europeo, che sottoponga una raccomandazione a una Conferenza di rappresentanti dei governi degli Stati membri. Tale Conferenza si pronuncia all’unanimità, dopodiché le modifiche potranno entrare in vigore solo dopo che siano state ratificate da tutti gli Stati membri. Ad oggi questo testo che è stato analizzato al Parlamento europeo è stato approvato con ben 155 voti contrari e 38 astensioni; dunque, si è molto lontani da un gruppo consolidato di maggioranza e ancora di più dall’unanimità, nonostante la modifica proposta non sia, come detto, chissà quanto innovativa rispetto a quanto già previsto».

Cosa comporta la decisione della Corte suprema negli Stati Uniti?

«Ciò su cui vorrei accendere i riflettori è la componente discriminatoria nei confronti delle categorie di soggetti fragili di tale sentenza. Il problema, infatti, non è il diritto in sé, ma la differenza che ne deriverà per donne in condizioni differenti che si trovano già in difficoltà all’interno della società, come persone di colore, immigrati, individui con disabilità, giovani, persone con basso reddito. Chi non ha problemi, infatti, troverà comunque il modo di accedere ad un’interruzione di gravidanza che sarà garantista per la sua salute, perché ha le possibilità per raggiungere ad esempio uno Stato americano vicino in cui è ancora concesso l’aborto. Il problema della sentenza Dobbs resta, a mio parere, per quelle donne che sono già discriminate nella società e che avranno difficoltà ad accedere a tale trattamento medico presso altri Stati».

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