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Il primo ministro italiano, Mario Draghi, si dimette per il crollo della coalizione”. È il titolo che abbiamo letto più e più volte, riformulato in vari modi, nei giorni appena trascorsi. Il premier Mario Draghi prende una netta posizione: decide di lasciare il governo, e lo fa, quando, il 14 luglio il Movimento 5 stelle non dà la propria fiducia al Dl Aiuti. Il premier aveva già tuonato in passato, ammonendo infatti che avrebbe abbandonato il timone della nave qualora non ci fossero state quelle condizioni di unità indispensabili per attraversare le tempeste della crisi governativa post-pandemica. A nulla è valso il gesto di Mattarella che ha respinto sull’istante le dimissioni di Draghi e lo ha pregato di attendere, in modo da valutare con cautela la propria scelta.

Alla fine, le dimissioni sono arrivate comunque, 21 luglio 2022. Una data, anche questa, che entrerà nella storia della politica italiana.

Eh sì, perché l’esperienza del governo Draghi rientra appieno in una tendenza della crisi politica italiana che va avanti da circa 30 anni. Dalla XII Legislatura iniziata il 15 aprile 1994, a oggi, XVIII Legislatura, avviata il 1 giugno 2018, con il governo Conte 1, ci sono stati 17 cambi nella guida del governo. Un rapporto sproporzionato, in media un governo ogni anno e mezzo circa. Tutto ciò dovrebbe avere delle influenze, soprattutto riguardo la formazione del carattere politico degli italiani e la fiducia che questi ripongono nello Stato. Pensate a quale fiducia oggi può avere della politica un giovane di 28 anni o meno. Riflessioni che andrebbero fatte e su cui bisognerebbe condurre continue ricerche una volta resisi conto della frattura oggi inesauribile esistente fra cittadini ed istituzioni.

Ne abbiamo parlato con la nostra esperta di Sociologia del diritto, la Prof.ssa Annamaria Rufino:

«Il rapporto tra cittadini e istituzioni presenta criticità profonde, tanto più se proiettate nel futuro. La crisi politica di questi ultimi giorni dovrebbe farci chiedere cosa i cittadini, in generale, ma soprattutto i giovani, possono trarne in termini di interpretazione dei fatti e di progetto per il futuro. Una domanda drammatica, a cui è difficile dare una risposta, tanto che spaesamento e presa di distanza potrebbero anche essere i codici interpretativi oggi dominanti.

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Le Criticità e il futuro – si dice – dovranno essere gestiti dalle giovani generazioni. Certo, questa affermazione è nell’ordine naturale delle cose, come direbbero i giusnaturalisti, ma, da tempo, eravamo abituati a pensare che quell’ordine “naturale” si era trasformato in ordine civile e sociale. I giovani avrebbero dovuto contare su un passaggio di testimone rassicurante o, comunque, certo, affidato loro dalle generazioni che avevano strutturato quell’ordine. Purtroppo, così non è stato e non è».

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Questo secondo lei cosa ha comportato?

«Le distanze generazionali si sono accentuate e la responsabilità dell’andamento del mondo si è affievolita. Chi è responsabile di ciò che accade? La domanda è tanto più opportuna in presenza di emergenze che si susseguono e lasciano tutti i cittadini interdetti. Così, il futuro sembra a tutti incerto, svuotato dei codici interpretativi e individuativi che pensavamo di aver acquisito e trasmesso di generazione in generazione. Interdetti più di tutti sono sicuramente loro, i giovani, che fanno domande e chiedono risposte: dai genitori, dagli adulti, in genere, e dalle istituzioni; ma senza che alcuna risposta ci sia… Basti pensare ai temi del cambiamento climatico…

Così, nel sistema sociale si disseminano, timidamente, interrogativi che potremmo definire epocali: cosa sono, oggi, lo Stato, il diritto e i diritti, la giustizia e la stessa società…

La politica odierna non si preoccupa di far fronte a questi interrogativi. Nella migliore delle ipotesi, la politica è attraversata da argomentazioni superficiali che contribuiscono ad accentuare la distanza dal mondo reale».

Ma in passato le giovani generazioni ereditavano quelle conoscenze e quei codici di interpretazione del mondo?

«Il passaggio di consegne, in termini di conoscenze, risposte, dati comportamentali e scelte per il futuro costituiva, fino a non molto tempo fa, una “normalità” relazionale, su cui si strutturavano tradizioni e saperi. Oggi, quel trasferimento di conoscenze e di modelli comportamentali si è dissolto nei rivoli della globalizzazione.

La stratificazione delle emergenze non solo ha reso questo vuoto più drammatico, ma, soprattutto, sembra aver reso tutti più disarmati. Pensiamo, non solo al rapporto con le istituzioni, ma anche all’ambito familiare, con la diluizione dei compiti genitoriali. Pensiamo all’ambito affettivo e relazionale, con il diffondersi di comunicazioni “silenti”, penso soprattutto ai social, e alle solitudini, che attraversano l’intero sistema sociale. Ma, non da meno, pensiamo alle criticità del mondo della formazione, che non riesce a trovare una strada adeguata a trasferire necessarie abilità cognitive e operative, tanto più nel mondo del lavoro. Con un aggravio di criticità proprio per i giovani.

Non vi è dubbio che tutto è cambiato, rispetto a ciò che vivevamo qualche decennio fa. Si tratta, dunque, di ricostruire. Logico e doveroso sarebbe ricostruire partendo dai diritti e dai bisogni, così come è stato all’origine dello Stato di diritto e della società. Ma, in questo specifico momento storico, sembra mancare proprio la capacità interpretativa e definitoria dei diritti e dei bisogni.

Se il Medioevo, con tante affinità con il mostro oggi, ha dovuto faticare, distruggere, inventare, difendersi, per guardare “umanisticamente” al futuro, anche oggi, nel mondo medio-globale occorre inventare una cassetta dagli attrezzi che serva, soprattutto, per capire. È qui, in questa misconosciuta abilità cognitiva, che si dimena il mondo».

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